Il tema della legalità per me riveste un'importanza fondamentale, sotto il profilo delle definizioni e delle problematiche che esso pone.
Dato il mio proposito, mi sembra quantomeno opportuno proporre delle riflessioni che, mi auguro, abbiano un seguito nel dibattito delle idee.
La legalità: potremmo paragonarla ad un bene che, nell’insieme, bramiamo e distruggiamo. Ad esempio il commerciante o l’imprenditore taglieggiati dal racket giustamente pretendono che lo Stato ripristini la legalità, punendo gli estorsori; tuttavia nel contempo all’interno delle loro attività vi si possono trovare lavoratori al nero o sottopagati. Una contraddizione? Certo, ma la si può risolvere proponendo un patto di cittadinanza tra governanti e governati, ove i primi si impegnano a tutelare ed incrementare la legalità e difendere i diritti fondamentali di cittadinanza, mentre i secondi si obbligano al rispetto delle regole e dei limiti imposti dallo stato, anche laddove questi ledono i loro interessi immediati.
Da ciò discende un fatto di tutta evidenza: la legalità è difficile, richiede sovente una notevole dose di coraggio nei cittadini e nelle istituzioni e si regge su un complesso equilibrio di diritti e doveri.
La tentazione dell’ordine: chiunque abbia la ventura di occuparsi, a qualsiasi livello, della cosa pubblica, spesso parla di legalità e promette di attuarla, ma pensa – anche inconsciamente – all’ordine. Quest’ultimo è facile da realizzare: un poliziotto o un militare ad ogni angolo ed ecco fatto, è di immediato impatto per i cittadini e consente di spendere parole d’ordine di grande forza mediatica come “Tolleranza Zero” o simili. Peccato che legalità ed ordine siano cose ben diverse: un governo dittatoriale può comprendere in sé il massimo di ordine ed azzerare la legalità, violando gli elementari diritti dei cittadini.
A volte noi politici tendiamo a semplificare, perché, come detto sopra, la legalità è difficile da ottenere, rispettare e far rispettare.
Ma infine: cos’è questa legalità? La stessa potrebbe definirsi – tra le varie definizioni accettabili – come rispondenza dei comportamenti della pubblica amministrazione e dei cittadini alle leggi ed ai regolamenti, nonché come criterio regolativo della condotta dell’amministrazione e dei privati nella propria azione quotidiana.
Abbiamo detto tutto? Si e no, perché i problemi incominciano quando si pone mente ai periodi di crisi, in cui la vecchia legalità viene messa in discussione dall’emergere di nuove istituzioni, nuovi diritti e nuovi attori della classe sociale. Chi è nella legalità? Il padrone della ferriera che pretende dai suoi operai sottopagati dieci ore di lavoro giornaliere o gli operai che scioperano per salari più alti ed orari più umani? Il governo della RSI o i partigiani? Un groviglio di problemi antico quanto la formazione delle istituzioni.
Mi sembra che una delle riflessioni più interessanti sulla legalità sia stata suscitata dai primi cinque versetti del capitolo 13 della Lettera ai Romani di San Paolo, che invito a rileggere. Qui l’apostolo predica, letteralmente, il rispetto delle istituzioni, incarnate dal magistrato (inteso nel senso lato di pubblico amministratore) che “non porta la spada invano”. Una mera esortazione al rispetto dei poteri costituiti? Si e no, perché da questi versetti scaturisce un complesso dibattito, specialmente nel mondo protestante. Calvino ritenne che laddove i “magistrati superiori” (tra i quali, di certo, vi era il re) si macchiassero di iniquità, era legittimo il ricorso del popolo ai “magistrati inferiori”. Beninteso in periodi di crisi politica o sociale ciò implicava rotture piuttosto clamorose dello status quo. Il suo successore Teodoro di Beza fa un passo innanzi: dopotutto, secondo costui, al di sotto dei “magistrati inferiori” vi è il popolo, autentico depositario della sovranità. Pertanto al popolo è lecito intervenire nella costruzione di una nuova legalità (una legalità rivoluzionaria, potremmo dire) nell’ipotesi di iniquità dei magistrati.
Dato il mio proposito, mi sembra quantomeno opportuno proporre delle riflessioni che, mi auguro, abbiano un seguito nel dibattito delle idee.
La legalità: potremmo paragonarla ad un bene che, nell’insieme, bramiamo e distruggiamo. Ad esempio il commerciante o l’imprenditore taglieggiati dal racket giustamente pretendono che lo Stato ripristini la legalità, punendo gli estorsori; tuttavia nel contempo all’interno delle loro attività vi si possono trovare lavoratori al nero o sottopagati. Una contraddizione? Certo, ma la si può risolvere proponendo un patto di cittadinanza tra governanti e governati, ove i primi si impegnano a tutelare ed incrementare la legalità e difendere i diritti fondamentali di cittadinanza, mentre i secondi si obbligano al rispetto delle regole e dei limiti imposti dallo stato, anche laddove questi ledono i loro interessi immediati.
Da ciò discende un fatto di tutta evidenza: la legalità è difficile, richiede sovente una notevole dose di coraggio nei cittadini e nelle istituzioni e si regge su un complesso equilibrio di diritti e doveri.
La tentazione dell’ordine: chiunque abbia la ventura di occuparsi, a qualsiasi livello, della cosa pubblica, spesso parla di legalità e promette di attuarla, ma pensa – anche inconsciamente – all’ordine. Quest’ultimo è facile da realizzare: un poliziotto o un militare ad ogni angolo ed ecco fatto, è di immediato impatto per i cittadini e consente di spendere parole d’ordine di grande forza mediatica come “Tolleranza Zero” o simili. Peccato che legalità ed ordine siano cose ben diverse: un governo dittatoriale può comprendere in sé il massimo di ordine ed azzerare la legalità, violando gli elementari diritti dei cittadini.
A volte noi politici tendiamo a semplificare, perché, come detto sopra, la legalità è difficile da ottenere, rispettare e far rispettare.
Ma infine: cos’è questa legalità? La stessa potrebbe definirsi – tra le varie definizioni accettabili – come rispondenza dei comportamenti della pubblica amministrazione e dei cittadini alle leggi ed ai regolamenti, nonché come criterio regolativo della condotta dell’amministrazione e dei privati nella propria azione quotidiana.
Abbiamo detto tutto? Si e no, perché i problemi incominciano quando si pone mente ai periodi di crisi, in cui la vecchia legalità viene messa in discussione dall’emergere di nuove istituzioni, nuovi diritti e nuovi attori della classe sociale. Chi è nella legalità? Il padrone della ferriera che pretende dai suoi operai sottopagati dieci ore di lavoro giornaliere o gli operai che scioperano per salari più alti ed orari più umani? Il governo della RSI o i partigiani? Un groviglio di problemi antico quanto la formazione delle istituzioni.
Mi sembra che una delle riflessioni più interessanti sulla legalità sia stata suscitata dai primi cinque versetti del capitolo 13 della Lettera ai Romani di San Paolo, che invito a rileggere. Qui l’apostolo predica, letteralmente, il rispetto delle istituzioni, incarnate dal magistrato (inteso nel senso lato di pubblico amministratore) che “non porta la spada invano”. Una mera esortazione al rispetto dei poteri costituiti? Si e no, perché da questi versetti scaturisce un complesso dibattito, specialmente nel mondo protestante. Calvino ritenne che laddove i “magistrati superiori” (tra i quali, di certo, vi era il re) si macchiassero di iniquità, era legittimo il ricorso del popolo ai “magistrati inferiori”. Beninteso in periodi di crisi politica o sociale ciò implicava rotture piuttosto clamorose dello status quo. Il suo successore Teodoro di Beza fa un passo innanzi: dopotutto, secondo costui, al di sotto dei “magistrati inferiori” vi è il popolo, autentico depositario della sovranità. Pertanto al popolo è lecito intervenire nella costruzione di una nuova legalità (una legalità rivoluzionaria, potremmo dire) nell’ipotesi di iniquità dei magistrati.
Altro che mera osservanza delle istituzioni esistenti, come talvolta letteralisticamente ritenuto.
Un tema, questo della legalità, che mi auguro di ampliare, anche con l'aiuto di eventuali commenti.
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