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lunedì 21 luglio 2008

Da padre a padre: lettera aperta al Ministro Bossi

E' giusto essere vicini all'avversario politico nei momenti di avverse sorti familiari.
Il giovane Bossi jr è stato bocciato per la seconda volta alla maturità ed il padre che fa? Invece di fare un cazziatone al somaro, si scaglia contro i docenti terroni che puniscono gli studenti del nord che presentano tesine su Cattaneo. O tempora, o mores! Trovo giusto, in tale situazione, mostrarmi solidale con la lettera aperta che segue.
Gentile Ministro Bossi,
sono un professionista meridionale, formato da docenti terroni, padre di due figli. Da padre a padre, mi permetta un consiglio risolutivo per il dramma di Suo figlio: qui al sud vi sono varie scuole private, c. d. esamifici. Quivi ogni anno convergono, in veri e propri viaggi della speranza al contrario, torme di studenti del nord - che chiameremo, in ossequio al politically correct, ‘diversamente preparati’ - per strappare una promozione altrimenti impossibile. Uno di questi, in Campania, si trova nella ridente città di Poggiomarino (NA), liberata dai rifiuti grazie all’efficace azione del governo del quale Ella è parte. In questo modo il suo rampollo diversamente preparato potrà brillare con la sua preparazione e la tesina sul Cattaneo (a proposito, rammenti a Suo figlio che si scrive con 2 t ed una enne) ed apprezzare i criteri di giudizio di docenti terroni doc.
La attendo fidente per il prossimo anno.
Cordialità
ghiaghia1

mercoledì 16 aprile 2008

Riflettendo sulla sconfitta della sinistra arcobaleno

Posto un commento sulla sconfitta della SA, dopo mesi di vuoto. Una riflessione sofferta, che affonda le sue radici in considerazioni già svolte in questo blog. Il post è seguito da un altro del maggio 2007 nel quale - scusate l'immodestia - credo di aver annusato l'aria che tira....

Calcisticamente, una sconfitta per 1 o 2 a 0 legittima alcuni alibi: l'arbitraggio, la stanchezza per un precedente impegno, le assenze di elementi chiave ecc. Una sconfitta per 8 a 0 non ammette attenuanti di sorta. Tale è la proporzione dello smacco patito da SA. Alcuni fatti sono veri: 1) l'Italia ha una tradizione dal 1948 al 1990 di marca chiaramente bipolare, in virtù della quale due partiti (DC e PCI) assommavano l'80% circa dell'elettorato. Le vecchie abitudini sono dure a morire e l'argomento del "voto utile" ha avuto una sua efficacia; 2) gli elettori hanno percepito SA come un freddo matrimonio d'interesse tra parti politiche assemblatesi per non scomparire; 3) la percezione di una gestione deludente del governo Prodi ha tenuto parte dell'elettorato lontano dalle urne; 4) analogo effetto potrebbe aver avuta l'assenza di falce e martello nel simbolo. Fatte queste opportune premesse, a mio sommesso avviso la sconfitta della SA ha radici ben più profonde di questi eventi contingenti.RC, PdCI e Verdi nonostante l'importanza e la valenza dei temi sostenuti, sono apparsi molto "periferici" rispetto ai temi che gli elettori hanno in agenda. Fiscalità, sicurezza, legalità, federalismo, confronto con l'immigrazione, efficienza della Pubblica Amministrazione sono stati percepiti come temi marginali nel programma di SA. Seppure è vero che su questi temi il PDL ha impostato la sua campagna elettorale, non è vero che non esistano risposte "di sinistra" a quelle che sono sentite come priorità dagli elettori. Il PCI su questi temi aveva idee ben chiare: ma RC e PdCI non sembrano essersi poste su questo binario. I due soggetti politici che si richiamano al comunismo sembrano aver irreversibilmente imboccato la strada di una tradizione della sinistra italiana gloriosa ma minoritaria: quella che dal PSIUP discende sino al PDUP ed a DP. Una tradizione che, in sostanza, non ha mai pesato più delle percentuali conseguite da SA alla Camera ed al Senato. Una tradizione che spesso cade nei manierismi e negli stereotipi di fronte a problemi del vivere quotidiano. Ad esempio: se in una periferia operaia esiste un problema di convivenza con i rom, non credo sia elettoralmente pagante appellarsi ai sacrosanti valori della tolleranza e dell'accoglienza. Occorrerrebbe, semmai, farsi promotori di azioni positive di sostegno per dare dignità ai nomadi, non omettendo di reprimere condotte antisociali, applicando misure preventive e repressive quali espulsioni ecc.Altro esempio: il problema dell'efficienza burocratica. Siamo tutti favorevoli a "meno mercato più stato" (o, al limite, più terzo settore). Posta questa premessa, occorre che la sinistra si faccia strenua promotrice di politiche di efficienza e riqualificazione del settore pubblico, non disdegnando di licenziare in tronco chi scalda la sedia, che esiste, e non è una mitologia partorita dal Prof. Ichino. Si tratta di esempi, ma testimoniano una distanza (vera o percepita che sia) tra programmi ed elettorato.Adesso leggo e sento parlare di un bivio: tra costituente comunista e prosieguo dell'esperienza di SA. Due progetti nobili e degni, ma quali saranno i contenuti? Un radicalismo scollato dalla società e dal territorio oppure un partito ramificato che mutatis mutandis assomigli al vecchio PCI? Abbiamo bisogno di un soggetto che selezioni i "no" da dire: un partito che non rincorra la piazza, ma la riempia e la guidi. Un soggetto con idee chiare su ciò che è "lotta" e ciò che è "governo". Serve un partito con un'agenda che non sia chiusa a nulla: come dicevo innanzi, esiste una risposta sul tema "sicurezza" che sia di sinistra, esistono analisi e valutazioni (Gramsci docet) che spaziano a 360° e si aprono alla società e non si conchiudono in formule stereotipate.Per quanto mi riguarda, non ho preferenze per un progetto: mi interessano i contenuti. Resto alla finestra ed attendo riscontri.
i cani di pavlov
Appartengo, per meditata scelta ideale ed ideologica, all’area che è comunemente denominata sinistra radicale. Tale scelta mi è parsa quasi d’obbligo di fronte ad alcuni dati di fatto sotto gli occhi di tutti, come l’inefficienza delle ricette correnti per la lotta alla povertà interna ed internazionale, la salvaguardia dell’ambiente, la costruzione di un mondo meno litigioso e più pacificato.Tuttavia l’appartenenza non può esimermi, semmai anzi mi obbliga, dal constatare taluni aspetti singolari, spesso di una esasperante meccanicità, di azione – reazione che si riscontra in alcuni (non tutti, sia chiaro) militanti e rappresentanti. Ovvero, ad una situazione data, sovente si risponde in uno ed un solo modo, senza contemplare altre possibilità che non siano in contrasto con i postulati della propria appartenenza ideale.Un esempio eclatante: sappiamo che esiste una certa percentuale della popolazione, che chiameremo per semplicità razzisti, la quale reagisce sfavorevolmente all’ “estraneo”, sia esso proveniente dal comune limitrofo o da Venere. Con questa minoranza non c’è discussione possibile: ciò nondimeno, assimilare a questa minoranza chiunque denunci oggettivi problemi di convivenza e confronto con gli “estranei” è un autogol clamoroso che spesso la sinistra radicale segna. Le parole d’ordine in questi casi sono sempre le stesse: tolleranza, assimilazione, diritti di cittadinanza eccetera. Sacrosante, non vi è dubbio.Ma queste parole d’ordine trascurano l’altro aspetto dell’immigrazione, che è la lacerazione psico culturale che il migrante di prima generazione soffre a lasciare il suo paese. Trascurano un altro aspetto fondamentale, che è quello di arginare le future migrazioni, non per ottuso razzismo, ma per non svuotare di cultura, energie, vitalità i paesi del terzo mondo. Aprire le porte di casa senza preoccuparsi di una seria politica di reinsediamento degli immigrati o di contenimento della migrazione, attraverso progetti mirati che consentano la creazione di imprenditoria, di un tessuto socio economico produttivo nei paesi sempiternamente in via di sviluppo non è radicale: è miope.Un’altra reazione tipicizzata è quella che si innesca di fronte alle critiche al settore pubblico: chiaro che se la critica è all’esistenza della “mano pubblica” tout court non c’è dialogo che tenga.Ma, laddove l’oggetto degli attacchi sia l’inefficienza parassitaria di alcuni settori della burocrazia, inamovibilità dei titolari di impieghi dalle loro posizioni, l’irragionevolezza di alcuni privilegi, allora il radicalismo – a mio sommesso avviso – dovrebbe imporre un durissimo attacco ‘da sinistra’ a determinate situazioni. Richiamarsi agli inalienabili diritti dei lavoratori non ha molta presa su strati operai e, perché no, intellettuali, che magari sotto diversi i profili della profusione del lavoro manuale o di quello intellettuale la sera tornano a casa prostrati dalla fatica. Perciò i dipendenti pubblici, oltre a meritare le tutele da accordare a tutti i lavoratori, dovrebbero rammentare un po’ più spesso di essere al servizio dei cittadini e non viceversa e regolarsi di conseguenza. In mancanza, una politica che sia realmente di sinistra radicale impone l’applicazione di gravi sanzioni, ivi compreso il licenziamento, oltre a legittimare lo scardinamento di varie roccaforti di inerzia parassitaria, ancora esistenti.Un altro tema che fa salivare al suono del campanello la sinistra radicale nostrana è quello del contrasto alla criminalità organizzata. Agire sul versante della prevenzione, sradicando la mala pianta della mafia attraverso la creazione di un tessuto economico efficiente che inglobi i soggetti che costituiscono la manovalanza delle associazioni criminali non è giusto: è sacrosanto. Ma, a questo imprescindibile momento, andrebbe aggiunta – a mio parere – una valorizzazione della repressione. Quando parliamo di manovalanza criminale non dobbiamo avere sotto gli occhi solo ceti sottoproletarizzati, privi di ogni opportunità di sopravvivenza che non sia la mafia, in fervida attesa di opportunità di redenzione. Dobbiamo anche immaginare un vasto strato di popolazione portatore di una sottocultura anti statalista, imperniata di familismo amorale e logiche di clan. A queste persone va spiegato, attraverso l’apparato repressivo, che il nostro clan (lo stato) è più forte e più duro del loro e contro di esso non vi è nulla da fare. Quando lo avranno capito, saranno pronti ad essere riassorbiti dal tessuto economico eccetera eccetera ed essere cittadini produttivi.Gli esempi di salivazione pavloviana della sinistra radicale potrebbero continuare, ma mi fermo qui. Basta comunque sapere che i cani di pavlov non sono mai stati un esempio di intelligenza, semmai l’opposto.Soprattutto, sbavando al suono di campanelli si perdono consensi e aderenza alla realtà.Per vincere non occorre farsi uguali agli altri, per carità. Ma per perdere radicamento sociale è sufficiente lasciare che alcuni temi scottanti facciano parte dell’agenda degli avversari e non della propria e non elaborare sugli stessi alcuna soluzione alternativa a quella proposta dall’antagonista.

martedì 25 dicembre 2007

Parole di saggezza

Una riflessione acuta sul socialismo reale ed una molto più banale.

"Quanto è stato impugnato nella Russia sovietica - sia pure con mani sporche e sanguinose - e in un modo che certamente ci disgusta, è però un'idea costruttiva, la ricerca della soluzione di una questione che anche per noi è seria e scottante e che noi, colle nostre mani più pulite non abbiamo ancora saputo impugnare abbastanza energicamente: la questione sociale".
(Karl Barth, febbraio 1949, Conferenza a Berna)
su Karl Barth vedi ad esempio http://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Barth
"Comunismo e fascismo hanno lasciato molte sofferenze e macerie laddove hanno governato. Tuttavia in nome del primo milioni di uomini hanno combattuto grandi battaglie per la liberazione dalla schiavitù e per i diritti sociali, che costituiscono un monumento immortale. Il fascismo non ha prodotto nulla di tutto ciò, anche fuori dai confini delle nazioni nelle quali si è imposto con la violenza".
(ghiaghia1, svariate discussioni in chat)

domenica 18 novembre 2007

Considerazioni sulla violenza ultras

Una riflessione pubblicata dopo sette giorni dalle tragiche note vicende del nostro calcio.


Che l’Italia sia un paese – nel suo intimo – profondamente fascista è risaputo, dopo le numerose contro prove che ha dato negli anni successivi all’infausto ventennio.
Se si cercava un’ennesima manifestazione di questa disposizione d’animo fascistofila, la si è avuta all’indomani della tragica morte del tifoso laziale Gabriele Sandri.
Decine e decine di facinorosi si sono presi il lusso di assaltare istituzioni, mentre il coro delle prefiche dei garantisti pelosi salmodiava che no, non si può criminalizzare un intero movimento, un’intera curva o il mondo degli ultras senza fare degli opportuni distinguo. Sbagliato? No, per carità: giusto, ma fazioso e strumentale. Giusto perché la responsabilità penale, nei sistemi giuridici civili, è individuale. Fazioso e strumentale perché è arci noto anche a chi non vuol vedere le croci celtiche o sentire i cori inneggianti a Mussolini, che il mondo ultrà (fatte salve le eccezioni del caso) conosce solo due sfumature politiche : destra ed estrema destra.
Fazioso e strumentale perché le nostre prefiche - quando i “facinorosi” sono i no global - invocano il pugno duro senza se e senza ma, senza troppi distinguo, senza discettare sulla rabbia e sul dolore che ha animato i facinorosi. Oppure come dimenticare la vergognosa criminalizzazione in blocco dei rumeni e dei rom (che non sono neppure la stessa cosa) dopo il tragico assassinio di Giovanna Reggiani? Dov’erano i garantisti in quel caso, che fine avevano fatto gli assertori dell’individualità della responsabilità penale?
Forse sarò anch’io fazioso e strumentale: eppure mi pare che ci sia più legittimazione (ma mai giustificazione) a sfasciare tutto per la rabbia che un osceno sistema di disuguaglianze e di alienazione è in grado di scatenare, piuttosto che per il diverso colore della maglia avversaria. Non posso fare a meno di pensare che chi uccide perché vive in una baraccopoli sub umana in una delle più grandi metropoli occidentali sia più giustificabile di chi assassina un poliziotto durante tafferugli tra tifoserie.
Per favore, cari (si fa per dire) fascistelli di casa nostra: lasciate stare la memoria di un povero giovane la prossima volta che avrete la voglia di far prove tecniche di marcia su Roma. Queste giustificazioni incantano i gonzi o i cripto fascisti in mala fede: a me fanno solo venir la voglia di criminalizzare in blocco e rinverdiscono voglie di campi di rieducazione che, peraltro, non m’appartengono.

venerdì 26 ottobre 2007

Perchè ha ancora senso dirsi anti fascisti

Pubblico senza sostanziali ritocchi il racconto inviatomi da un carissimo amico di un'aggressione patita da fascisti dopo la manifestazione dello scorso 20 ottobre. Ritengo che non possa essere confinata al rango di intemperanza di scalmanati, ma debba far riflettere sulla ritrovata arroganza di alcuni che - grazie alle scelte dissennate della destra "parlamentare" - sentono aria di prossime elezioni, di alleanza con il Polo e di anticamere di ministeri che li monderanno dai peccati.

Eravamo dalle 4 di mattina alla stazione di Genova Brignole, di ritorno da Roma, aspettando il treno delle 6.22 per Busalla, quando siamo entrati a prendere due panini, eravamo i soli manifestanti rimasti.
Fuori compare un gruppetto di 7 8 persone cantanti "facetta nera" e irridendo alla bandiera rossa e all'internazionale.
Erano mascherati, alcuni da ultras sampdoriani.
Ho preso la bandiera ( arrotolata) dalle mani di mio figlio e l'ho portata dentro il bar, e invitato uno dei tipi a prendere il caffè.
In tutta risposta mi hanno minacciato di riempirmi di sberle. A quel punto mio figlio si è messo in mezzo, dicendo che ero invalido e che mi avrebbero fatto molto male. Per risposta, prende una testata che gli fa entrare il piercing nella gengiva e lo scaraventa a terra, facendogli perdere i sensi.
Il gruppo gli si avventa contro, e uno minaccia di strappargli l'orecchino. Riceve una sberla mentre si alza sangunante, semi svenuto dalla capocciata. Io mi frappongo gridando che è minorenne ( non è vero..). A quel punto i fascisti se ne vanno intimando a noi di non passare più di lì, a Brignole. Una delle due più importanti stazioni di Genova.

Come commentare? Forse non ci sono parole.
Quelle che trovo le ho già scritte al mio amico. Eccole qui di seguito.

Caro E.,
con sconcerto e ribrezzo apprendo della vile aggressione fascista a Te e Tuo figlio.
Per quanto poco io possa, Ti sono vicino, come parte lesa e come genitore.
Se Tu mi autorizzi, vorrei postare la Tua testimonianza sul mio blog, depurata ovviamente di nomi. Sarebbe un piccolissimo gesto per dire che il fascismo è, purtroppo, vivo e vitale e va combattuto e non sottovalutato.
Ci prepariamo ad un avvenire in cui i fascisti "duri e puri" saranno chiamati dal Cav. nuovamente a far parte dell'area di governo.
A questa normalizzazione dobbiamo opporci con tutti i nostri mezzi, parlando anche a quel poco di popolo di destra che non vuol supinamente accettare il ritorno del fascismo, dopo l'infausto sdoganamento di AN.
Ti abbraccio di cuore

martedì 25 settembre 2007

Lettera aperta al Presidente Napolitano

Caro Presidente,
mi rivolgo a Lei con la reverente familiarità che deriva dal sentirLa simbolo vivente della nostra unità nazionale e degli alti valori costituzionali oggi, a mio parere, troppo ed inutilmente messi in discussione.
Il motivo per cui mi rivolgo a Lei è presto detto: la presentazione (semmai ne avesse bisogno) di una persona degna di sedere tra i Senatori a vita della Repubblica.
È indubbia, a mio avviso, l’importanza che “cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario” (art. 59 della Costituzione) siano chiamati a dare la loro testimonianza di vita e di politica al Senato della Repubblica.
Ebbene, sommessamente mi permetto di formularLe un mio personale suggerimento, per quando Ella designerà un nuovo Senatore a vita.
Si tratta del pastore valdese in emeritazione Giorgio Bouchard, già Moderatore della Tavola Valdese e Presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI).
Ho avuto l’occasione di conoscere il pastore Bouchard intorno al 2000, quando questi partecipò ad un convegno indetto dall’Associazione Libera di don Luigi Ciotti.
A quell’incontro, insieme a lui, presenziarono anche Sergio Cofferati e Rossana Rossanda, due nomi storici della sinistra italiana ed europea.
Giorgio Bouchard, benché oggettivamente meno noto degli altri relatori, conquistò tutti per intelligenza, simpatia, arguzia e chiarezza: alla fine della conferenza forse qualcuno decise di approfondire le proprie conoscenze sui valdesi e su di lui.
I valdesi, come Lei ben sa, sono un piccolo popolo che ha combattuto per la sua autonomia ed indipendenza religiosa, pagando spesso prezzi altissimi, senza rinchiudersi in un ghetto dorato, ma anelando ad una piena integrazione con il Regno di Piemonte prima, quello d’Italia poi.
Benché minoranza, esprimono da sempre con coerente convinzione una fede cristiana in prima linea per l’affermazione dei valori ecumenici, della separazione tra Chiese e Stato, dei diritti dell’individuo.
Tutte le battaglie civili, a partire dalla Resistenza, sino ai nostri giorni, passando attraverso i referendum su divorzio ed aborto, hanno visto la presenza dei valdesi.
Spesso in prima linea vi era (e vi è) Giorgio Bouchard. Dapprima come Pastore, poi come Moderatore della Tavola Valdese, dipoi come Presidente della FCEI, Bouchard è sempre stato presente in quei processi di integrazione dell’Italia all’Europa della cultura protestante e non solo: basti ricordare solo i suoi contributi culturali di saggistica, la sua attiva presenza nei processi che portarono alla stipulazione delle Intese tra Chiesa valdese e Stato Italiano nel 1984, la sua instancabile attività di amministratore di opere sociali e diaconali della Chiesa Valdese.
Nel primo scorcio degli anni ’90 Giorgio Bouchard è stato Pastore della Chiesa Valdese di Napoli di via dei Cimbri: proprio a Napoli - la Sua città che Ella ha tanto dimostrato di amare - per sua espressa ammissione il Pastore Bouchard ha lasciato il cuore, contandovi tuttora tanti amici.
Per Napoli ed il Meridione Bouchard è tuttora attivo nell’associazione Libera, per la legalità e contro tutte le mafie.
Caro Presidente, non posso non caldeggiarLe, umilmente, la nomina a Senatore a vita di un cittadino che tanto lustro ha dato alla nostra Patria nella sua cinquantennale attività di predicatore, intellettuale, dirigente ed amministratore ecclesiale.
A centocinquantanove anni dalle Lettere Patenti di Carlo Alberto, con le quali veniva concessa l’emancipazione ai sudditi valdesi, a ventitre anni dalle Intese, a cinquantanove anni dall’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana, quale miglior modo per celebrare la piena integrazione nel tessuto patrio di una componente minoritaria ma così importante nella nostra storia?
Sono certo che Giorgio Bouchard al Senato potrebbe degnamente rappresentare la Nazione: Lei, Presidente, certamente ricorderà il significativo contributo di Tullio Vinay, fondatore del centro ecumenico Agape e Giusto dei Popoli, al Senato dal 1976 al 1979. Il mio personale augurio è quello che il Senatore a vita Bouchard possa ripercorrere il cammino del suo illustre predecessore.
Le auguro di espletare come ora, nel miglior modo possibile, il prosieguo del Suo mandato.
Suo affezionatissimo
ghiaghia1

martedì 11 settembre 2007

11.09.1973 - 11.09.2007 - In ricordo di Salvador Allende

So di essere in controtendenza.
Eppure, se mi chiedessero un modello di vita tra Che Guevara ed Allende, senza dubbio risponderei Allende.
Di certo perchè non sono bello e di sinistra come il Che; di certo perchè non posseggo quel coraggio convulso che mi spingerebbe ad andare in Bolivia o altrove a fomentare una rivoluzione. Tuttavia credo che, messo alle strette da un vile tradimento, anch'io reagirei come Allende, un uomo che nessuno avrebbe immaginato con un mitra in mano.
Signor Presidente, la storia e Dio puniranno i vili ed i traditori. Tu continuerai ad illuminarci con l'esempio della Tua pulizia morale e del Tuo coraggio.
Oggi riposi in pace, ma vivi nel cuore di chi ama la giustizia.

martedì 4 settembre 2007

I volti dell'odio

Nel luglio 2006, sotto la spinta emotiva dei conflitti in atto e della reazione dell'opinione pubblica, scrivevo questo post, preceduto dell'avvertenza di cui in seguito, che senz'altro rinnovo. "Non tutto quello che leggerete qui di seguito va preso alla lettera, ma il paradosso che espongo, come tutti i paradossi, contiene un fondo di verità, credo.... Mi auguro che vi siano commenti su questo post e si apra un piccolo dibattito".


Non vi è alcun dubbio che il mostro ideologico del secolo trascorso sia stato l’antisemitismo. A tale giudizio si perviene pacificamente se si rammenta che l’antisemitismo ha generato quella manifestazione del male assoluto che si chiama lager. Oggi di antisemiti DOC, uguali negli argomenti, nei sentimenti e nell’ispirazione ideologica a quelli che furono, ce ne sono pochi. Sempre troppi, ma meno che in passato. Auschwitz non si è manifestata invano ed il pregiudizio irrazionale anti qualcosa degli esseri umani ha assunto una nuova veste. Oggi la pulsione dell’uomo all’odio del diverso, dell’altro da sè, del nemico della civiltà sta assumendo un nuovo aspetto. Un odio in sintonia con i tempi, con radici razionalizzanti, argomenti fondati in parte sulla realtà e sull’attualità, rafforzatisi dopo la tragedia immane dell’11 settembre. Per uno di quegli scherzi tragici della storia e della psicologia collettiva, se si dovesse dare un nome a quelli che, nelle condizioni ideologiche e culturali giuste sarebbero stati anti semiti, ed oggi sono anti altro, la definizione più acconcia potrebbe essere quella di pro semiti. I pro semiti non hanno pregiudizi anti ebraici: in compenso hanno tutti gli altri. Sono anti meridionali, se settentrionali (o viceversa), anti immigrati, anti gay, anti europei, ma soprattutto anti musulmani. L’unica loro passione è Israele, vista come un baluardo anti arabo e anti musulmano, novella Vienna da difendere ad ogni costo senza se e senza ma. Il pro semita non fa differenze: l’unico arabo buono è quello morto. Un bambino musulmano equivale ad un pericoloso integralista e si gioisce per la morte di entrambi o, quanto meno, si resta indifferenti per il bambino. La società araba non ha sfumature, zone grigie, aree di borghesia illuminata, ma è composta solo da Ahmadinejad ed affini. L’altra passione del pro semita sono gli USA: ma non gli USA di cui potrebbero far parte (citando a caso) Vonnegut, King, Noam Chomsky, Rifkin, Abbie Hoffman, Bob Dylan, le mamme coraggio contro la guerra in Irak. Il pro semita identifica gli USA con l’establishment di Bush e della Casa Bianca e chiunque li contesta è anti americano. Sia chiaro: Israele e l’ebraismo non c’entrano nulla con il pro semitismo. Israele e l’ebraismo esistono a prescindere da questa nuova maschera dell’odio irrazionale verso il diverso e non se ne nutrono affatto. Anzi credo che ogni ebreo che si soffermi a razionalizzare sul consenso che proviene da questi soggetti alla sua fede ed allo stato nato dal movimento sionista non possa che paventarne l’esistenza e preoccuparsi di questi “amici” interessati. Tragico volto quello del pregiudizio che rovescia se stesso, eleva l’oggetto dell’odio di padri, nonni e bisnonni ad oggetto di culto. Una maschera nuova, ma non meno pericola, di un pregiudizio pervasivo e totalizzante.

Forza Italia??

Questa riflessione, risalente al luglio 2006 e pubblicata nel mio precedente blog, assume nuova attualità dopo l'avvio della discussione sul partito unico dei moderati.
Forza Italia. Un grido di tifoso, un nome di un partito.Non mi è mai piaciuto questo nome; ne ho istintivamente diffidato sin dall'inizio. Tra l'altro ha tolto al 50% del paese il piacere di incitare in questo modo la nazionale. Il nome dice molto: individua una persona, un oggetto o un'associazione o che, ma spesso dice tanto (se non tutto) sulle qualità e sui contenuti. Ora "Forza Italia" a me dice una cosa fondamentale. Mi dice che questo gruppo di illuminati agisce esclusivamente per il bene dell'Italia e null'altro. Ma se esiste chi fa il bene del paese ed ha a cuore solo quello, allora a che servono gli altri partiti?Gli altri possono anche scomparire. Hanno una visione limitata e parziale dell'interesse italiano. Mi rendo conto di aver formulato un esempio; in questo caso si tende a drammatizzare e semplificare. Tuttavia la nota stonata si avverte nel nome di questo partito; una malcelata vocazione paternalistico - totalitaria insita nella stessa denominazione.In questo quadro allora la condotta del suo leader di delegittimazione storica e demonizzazione dell'avversario è perfettamente coerente. Ben venga, allora, un partito unico dei moderati: ma che sia "partito", quindi parte in mezzo ad altre, che non pretenda d'essere unica depositaria del bene. Allora forse cesseranno le delegittimazioni, ahimè spesso reciproche, e le vocazioni paternalistico - totalitarie lasceranno il passo ad una visione più conforme alla democrazia, che vede due progetti antagonisti per il paese, ma entrambi aventi diritto di cittadinanza.

lunedì 7 maggio 2007

i cani di pavlov

In questo post tento un accenno di analisi ad una situazione troppo spesso verificatasi nell’area culturale di mia appartenenza, la sinistra radicale: ovvero l’abbandono di tematiche agli avversari ed il rifugiarsi in formulette stereotipate, invece di cercare vie alternative nel proprio quadro ideale ed ideologico.


Appartengo, per meditata scelta ideale ed ideologica, all’area che è comunemente denominata sinistra radicale. Tale scelta mi è parsa quasi d’obbligo di fronte ad alcuni dati di fatto sotto gli occhi di tutti, come l’inefficienza delle ricette correnti per la lotta alla povertà interna ed internazionale, la salvaguardia dell’ambiente, la costruzione di un mondo meno litigioso e più pacificato.
Tuttavia l’appartenenza non può esimermi, semmai anzi mi obbliga, dal constatare taluni aspetti singolari, spesso di una esasperante meccanicità, di azione – reazione che si riscontra in alcuni (non tutti, sia chiaro) militanti e rappresentanti. Ovvero, ad una situazione data, sovente si risponde in uno ed un solo modo, senza contemplare altre possibilità che non siano in contrasto con i postulati della propria appartenenza ideale.
Un esempio eclatante: sappiamo che esiste una certa percentuale della popolazione, che chiameremo per semplicità razzisti, la quale reagisce sfavorevolmente all’ “estraneo”, sia esso proveniente dal comune limitrofo o da Venere. Con questa minoranza non c’è discussione possibile: ciò nondimeno, assimilare a questa minoranza chiunque denunci oggettivi problemi di convivenza e confronto con gli “estranei” è un autogol clamoroso che spesso la sinistra radicale segna. Le parole d’ordine in questi casi sono sempre le stesse: tolleranza, assimilazione, diritti di cittadinanza eccetera. Sacrosante, non vi è dubbio.
Ma queste parole d’ordine trascurano l’altro aspetto dell’immigrazione, che è la lacerazione psico culturale che il migrante di prima generazione soffre a lasciare il suo paese. Trascurano un altro aspetto fondamentale, che è quello di arginare le future migrazioni, non per ottuso razzismo, ma per non svuotare di cultura, energie, vitalità i paesi del terzo mondo. Aprire le porte di casa senza preoccuparsi di una seria politica di reinsediamento degli immigrati o di contenimento della migrazione, attraverso progetti mirati che consentano la creazione di imprenditoria, di un tessuto socio economico produttivo nei paesi sempiternamente in via di sviluppo non è radicale: è miope.
Un’altra reazione tipicizzata è quella che si innesca di fronte alle critiche al settore pubblico: chiaro che se la critica è all’esistenza della “mano pubblica” tout court non c’è dialogo che tenga.
Ma, laddove l’oggetto degli attacchi sia l’inefficienza parassitaria di alcuni settori della burocrazia, inamovibilità dei titolari di impieghi dalle loro posizioni, l’irragionevolezza di alcuni privilegi, allora il radicalismo – a mio sommesso avviso – dovrebbe imporre un durissimo attacco ‘da sinistra’ a determinate situazioni. Richiamarsi agli inalienabili diritti dei lavoratori non ha molta presa su strati operai e, perché no, intellettuali, che magari sotto diversi i profili della profusione del lavoro manuale o di quello intellettuale la sera tornano a casa prostrati dalla fatica. Perciò i dipendenti pubblici, oltre a meritare le tutele da accordare a tutti i lavoratori, dovrebbero rammentare un po’ più spesso di essere al servizio dei cittadini e non viceversa e regolarsi di conseguenza. In mancanza, una politica che sia realmente di sinistra radicale impone l’applicazione di gravi sanzioni, ivi compreso il licenziamento, oltre a legittimare lo scardinamento di varie roccaforti di inerzia parassitaria, ancora esistenti.
Un altro tema che fa salivare al suono del campanello la sinistra radicale nostrana è quello del contrasto alla criminalità organizzata. Agire sul versante della prevenzione, sradicando la mala pianta della mafia attraverso la creazione di un tessuto economico efficiente che inglobi i soggetti che costituiscono la manovalanza delle associazioni criminali non è giusto: è sacrosanto. Ma, a questo imprescindibile momento, andrebbe aggiunta – a mio parere – una valorizzazione della repressione. Quando parliamo di manovalanza criminale non dobbiamo avere sotto gli occhi solo ceti sottoproletarizzati, privi di ogni opportunità di sopravvivenza che non sia la mafia, in fervida attesa di opportunità di redenzione. Dobbiamo anche immaginare un vasto strato di popolazione portatore di una sottocultura anti statalista, imperniata di familismo amorale e logiche di clan. A queste persone va spiegato, attraverso l’apparato repressivo, che il nostro clan (lo stato) è più forte e più duro del loro e contro di esso non vi è nulla da fare. Quando lo avranno capito, saranno pronti ad essere riassorbiti dal tessuto economico eccetera eccetera ed essere cittadini produttivi.
Gli esempi di salivazione pavloviana della sinistra radicale potrebbero continuare, ma mi fermo qui. Basta comunque sapere che i cani di pavlov non sono mai stati un esempio di intelligenza, semmai l’opposto.
Soprattutto, sbavando al suono di campanelli si perdono consensi e aderenza alla realtà.
Per vincere non occorre farsi uguali agli altri, per carità. Ma per perdere radicamento sociale è sufficiente lasciare che alcuni temi scottanti facciano parte dell’agenda degli avversari e non della propria e non elaborare sugli stessi alcuna soluzione alternativa a quella proposta dall’antagonista.

venerdì 4 maggio 2007

Legalità vo cercando, che è sì cara.....

Il tema della legalità per me riveste un'importanza fondamentale, sotto il profilo delle definizioni e delle problematiche che esso pone.
Dato il mio proposito, mi sembra quantomeno opportuno proporre delle riflessioni che, mi auguro, abbiano un seguito nel dibattito delle idee.
La legalità: potremmo paragonarla ad un bene che, nell’insieme, bramiamo e distruggiamo. Ad esempio il commerciante o l’imprenditore taglieggiati dal racket giustamente pretendono che lo Stato ripristini la legalità, punendo gli estorsori; tuttavia nel contempo all’interno delle loro attività vi si possono trovare lavoratori al nero o sottopagati. Una contraddizione? Certo, ma la si può risolvere proponendo un patto di cittadinanza tra governanti e governati, ove i primi si impegnano a tutelare ed incrementare la legalità e difendere i diritti fondamentali di cittadinanza, mentre i secondi si obbligano al rispetto delle regole e dei limiti imposti dallo stato, anche laddove questi ledono i loro interessi immediati.
Da ciò discende un fatto di tutta evidenza: la legalità è difficile, richiede sovente una notevole dose di coraggio nei cittadini e nelle istituzioni e si regge su un complesso equilibrio di diritti e doveri.
La tentazione dell’ordine: chiunque abbia la ventura di occuparsi, a qualsiasi livello, della cosa pubblica, spesso parla di legalità e promette di attuarla, ma pensa – anche inconsciamente – all’ordine. Quest’ultimo è facile da realizzare: un poliziotto o un militare ad ogni angolo ed ecco fatto, è di immediato impatto per i cittadini e consente di spendere parole d’ordine di grande forza mediatica come “Tolleranza Zero” o simili. Peccato che legalità ed ordine siano cose ben diverse: un governo dittatoriale può comprendere in sé il massimo di ordine ed azzerare la legalità, violando gli elementari diritti dei cittadini.
A volte noi politici tendiamo a semplificare, perché, come detto sopra, la legalità è difficile da ottenere, rispettare e far rispettare.
Ma infine: cos’è questa legalità? La stessa potrebbe definirsi – tra le varie definizioni accettabili – come rispondenza dei comportamenti della pubblica amministrazione e dei cittadini alle leggi ed ai regolamenti, nonché come criterio regolativo della condotta dell’amministrazione e dei privati nella propria azione quotidiana.
Abbiamo detto tutto? Si e no, perché i problemi incominciano quando si pone mente ai periodi di crisi, in cui la vecchia legalità viene messa in discussione dall’emergere di nuove istituzioni, nuovi diritti e nuovi attori della classe sociale. Chi è nella legalità? Il padrone della ferriera che pretende dai suoi operai sottopagati dieci ore di lavoro giornaliere o gli operai che scioperano per salari più alti ed orari più umani? Il governo della RSI o i partigiani? Un groviglio di problemi antico quanto la formazione delle istituzioni.
Mi sembra che una delle riflessioni più interessanti sulla legalità sia stata suscitata dai primi cinque versetti del capitolo 13 della Lettera ai Romani di San Paolo, che invito a rileggere. Qui l’apostolo predica, letteralmente, il rispetto delle istituzioni, incarnate dal magistrato (inteso nel senso lato di pubblico amministratore) che “non porta la spada invano”. Una mera esortazione al rispetto dei poteri costituiti? Si e no, perché da questi versetti scaturisce un complesso dibattito, specialmente nel mondo protestante. Calvino ritenne che laddove i “magistrati superiori” (tra i quali, di certo, vi era il re) si macchiassero di iniquità, era legittimo il ricorso del popolo ai “magistrati inferiori”. Beninteso in periodi di crisi politica o sociale ciò implicava rotture piuttosto clamorose dello status quo. Il suo successore Teodoro di Beza fa un passo innanzi: dopotutto, secondo costui, al di sotto dei “magistrati inferiori” vi è il popolo, autentico depositario della sovranità. Pertanto al popolo è lecito intervenire nella costruzione di una nuova legalità (una legalità rivoluzionaria, potremmo dire) nell’ipotesi di iniquità dei magistrati.
Altro che mera osservanza delle istituzioni esistenti, come talvolta letteralisticamente ritenuto.
Un tema, questo della legalità, che mi auguro di ampliare, anche con l'aiuto di eventuali commenti.

mercoledì 18 aprile 2007

Islam: confronto o scontro?

Questo post venne scritto in un ambito cronologico ben determinato e lo ripubblico senza revisioni, visto che lo ritengo tuttora attuale nei suoi temi. Mi spiace constatare che, ad oggi, i termini del dibatitto sul contrasto al terrorismo non sono usciti dal sentiero stretto della guerra preventiva. Neppure la sinistra, al di là della legittima opposizione a questo schema, ha proposto credibili alternative. Questo è il mio maggior rammarico.


Dopo qualche mese dalle stragi di Londra e Sharm al Sheik e con il tragico stillicidio quotidiano di attentati in Irak, è il momento di alcune riflessioni “a bocce ferme” sul terrorismo islamico.
Anzitutto una dichiarazione di principio: gli assassini non sono giustificabili in alcun caso. Tuttavia comprendere un fenomeno non significa giustificarlo, ma armarsi di strumenti intellettuali e materiali per contrastarlo efficacemente.
A tal proposito occorre ripetere e ripetersi che non vi è alcun rapporto di identificazione tra religione mussulmana e terrorismo islamico. Il rapporto è, semmai, di derivazione e di degenerazione: allo stesso modo in cui il fenomeno brigatista rosso fu una degenerazione derivata dal marxismo leninismo.
Fino agli anni settanta dello scorso secolo i capi di stato dei paesi arabi, pur non rinnegando il loro credo religioso, avevano sovente una forte ispirazione laica: Nasser e Sadat in Egitto, Bourghiba in Tunisia, Assad in Siria, i leader del Baaht in Irak, lo Scià in Iran, e via seguitando. Anche gli attentati compiuti dalle organizzazioni palestinesi non avevano alcun richiamo religioso, ma erano perpetrati al solo fine di costituire uno stato palestinese ed annientare la presenza israeliana.
Per quale motivo nel giro di pochi anni la componente fondamentalista dell’Islam ha preso piede in quasi tutto il mondo arabo e mussulmano?
Ritengo che la crescita del fondamentalismo islamico sia in parte riconducibile alla scelta di quei regimi (condivisa ed incoraggiata dall’occidente) di reprimere al loro interno le componenti democratiche e di precludere i tradizionali spazi di crescita alla società civile, lasciando quale spazio di (relativa) libertà la moschea. Solo all’interno della moschea le masse arabe hanno trovato un luogo di libera espressione: tuttavia quel residuale spazio di libertà lasciato da regimi autoritari ha partorito un’ideologia i cui capisaldi sono la riprovazione verso i governanti e l’odio per un occidente ateo, materialista e consumista, fiancheggiatore di quelle dittature tanto detestate, convincimenti sostenuti da un’interpretazione religiosa estremizzata.
Ogni religione (compreso il cristianesimo) ha la sua componente integralista: quella mussulmana, oltre ai fattori accennati, si è fortificata grazie anche all’indubbia suggestione esercitata dalla creazione di uno stato islamico (l’Iran), alle ingentissime risorse finanziarie messe a disposizione da singoli, gruppi organizzati e stati, all’esistenza di cause ampiamente condivise, quale quella palestinese, ed alla rabbia derivante dalla visione del crescente divario con l’occidente.
Quale lezione si ricava allora dalle esperienze fin qui vissute? In primo luogo non sono la repressione interna e la “guerra preventiva” esterna le risposte valide al terrorismo: la prima non può assicurare vigilanza totale su tutti i potenziali obiettivi “sensibili”. La seconda ha creato in Irak un sistema che non può definirsi né democratico né liberale, in quanto non è in grado di assicurare ai suoi cittadini neppure il bene essenziale della vita: al più si tratta di un embrione di istituzioni che, un giorno, forse, si svilupperà in una democrazia, se non sarà travolto dallo smobilizzo delle truppe statunitensi.
Ritengo che sia più incisivo combattere il terrorismo sotto il profilo del lavoro di intelligence di caccia ai flussi internazionali di denaro che lo finanziano ma soprattutto con la costruzione di percorsi di mediazione culturale tra oriente ed occidente e di sostegno alle componenti moderate dell’Islam.
Percorsi che possono e debbono partire dagli enti locali nei confronti degli immigrati: per favorirne l’integrazione nelle realtà che li accolgono ed il rispetto per usi, costumi ed istituzioni di queste, ma anche per “formare” dei mediatori culturali in grado di rivendicare nelle loro realtà di origine l’esportazione dei modelli democratici dell’occidente.

Referendum, frenetica passion

Democrazia diretta: che bella cosa. Nella nostra costituzione il referendum ne é l’espressione principale. Ma, ultimamente, l’eccesso di referendum ha ucciso il referendum. Ora la consultazione referendaria torna nell’agenda della politica. Ferma restando l’importanza del tema (riforma elettorale) esistono delle alternative???
Essendo questo un vecchio post del mio precedente blog, la riflessione non tiene conto delle bozze 'Calderoli' e 'Chiti', che io peraltro ritengo pessime.


E così, ancora una volta, anche se un po’ in sordina, s’avanza la “gioiosa macchina da guerra” referendaria.
L’obiettivo dei referendari, stavolta, è la parziale modifica del sistema elettorale in vigore (detto, da Sartori, il porcellum, dopo la sortita di Calderoli, suo ideatore e padre che lo definì “una porcata”), mediante l’attribuzione del premio di maggioranza non più alla coalizione ma al partito e l’abolizione della possibilità di candidature multiple “civetta” nei vari collegi.
Sono anni che, periodicamente, ci misuriamo con consultazioni referendarie. A volerle ripercorre tutte, gira la testa: il turbine di campagne elettorali e di tematiche proposte al cittadino diventa vertiginoso.
Renato Mannheimer, dopo il mancato conseguimento del quorum agli ultimi referendum sulla procreazione assistita, dimostrò – con una serie di argomenti assolutamente condivisibili, ma che ora non rammento uno per uno – come sia difficile, se non impossibile, raggiungere il quorum in una consultazione referendaria.
Perciò, di fronte all’uso pervicace ed inconsulto dello strumento referendario, non si può che restare sbalorditi ancora una volta. Lo stupore, poi, cresce soprattutto quando al vorace cittadino – elettore viene proposto un quesito su un tema quale la riforma elettorale importantissimo sì nelle sue implicazioni, ma che l’elettore (giustamente) percepisce come di competenza degli eletti lautamente retribuiti e non sua personale. Certo si potrebbe rispondere che il movimento promosso da Mario Segni riuscì a conseguire due volte il risultato clamoroso di superare il quorum. Verissimo: ma quegli anni, seppur vicini cronologicamente, sono psicologicamente lontanissimi: i sentimenti e risentimenti che condussero i cittadini alle urne, la battaglia di fedi contrapposte che si creò intorno ai quesiti, la volontà di trovare una via di uscita al disfacimento in atto della prima repubblica e, perché no, il decisivo contributo di Craxi che invitò bruscamente all’astensione (“Tutti al mare”) non sono più ripetibili.
A ciò aggiungasi una considerazione: il gioco non vale la candela. Il sistema elettorale in vigore è assolutamente scadente ed orrendo, una disgrazia abbattutasi tra capo e collo sul paese, nato dall’esclusiva volontà dell’ex Polo delle ex libertà di ingessare lo status quo e contenere i margini della prevista sconfitta. Orbene, una donna orribile non diventa più bella aggiungendo o togliendo qui e lì un accessorio o un po’ di silicone.
Perciò ben farebbero i propugnatori di una riforma elettorale ad accantonare i propositi referendari, destinati inevitabilmente a concludersi con un insuccesso, l’ennesimo della serie.
Mi si potrebbe obiettare: il referendum è uno strumento di pressione per costringere le coalizioni a sedersi intorno ad un tavolo e partorire un sistema elettorale più decente. Poi, laddove tale tentativo fallisse, la mobilitazione dei cittadini resterebbe l’extrema ratio. Benissimo. Tuttavia faccio sommessamente osservare che dal 1995 si sono susseguite tante e tali proposte di riforma (riforma di cui è stata officiata, tra gli altri compiti, persino una commissione Bicamerale) e non si è pervenuti a nulla. Chi volesse un esauriente ed esaustivo quadro d’assieme su tale problematica legga il volume Mala tempora, di Giovanni Sartori, che raccoglie gli interventi dell’illustre politologo su quotidiani e periodici dal 1994 al 2005: un’intera sezione è dedicata alle proposte di riforma elettorale succedutesi nel tempo.
E allora, ecco una modesta proposta ai referendari: posto che il fine della riforma elettorale sia desiderabile e che erroneo sia il mezzo con il quale lo si vuole conseguire (il referendum, appunto), perché non cambiare metodo? In sintesi: una volta raggiunto un accordo nel comitato promotore su un sistema elettorale, perché non sottoporre lo stesso al giudizio dei cittadini mediante la raccolta di firme per un disegno di legge di iniziativa popolare? Pensateci bene, amici referendari: un milione di firme (mettiamo) raccolte sul sistema elettorale x sono una massa critica di cui parlamento e governo non possono non tener conto e, se l’ignorano, faranno i conti con ognuno di quel milione di firmatari. Un movimento trasversale per un sistema elettorale può porsi obiettivi a lunga scadenza che trascendano il limitato orizzonte temporale referendario e può costituire l’embrione di una nuova aggregazione politica o associativa.
Invece cinque milioni di voti (poniamo) che non servano a raggiungere il quorum referendario sono uno smacco per il movimento promotore, un dispendio per le tasche dei cittadini ed un utile alibi per parlamento e governo a ritenere inattuale e non prioritaria la questione ed accantonarla.

Il mercato: come sopravviverne

Una incursione su tematiche più ampie del consueto (mercato, globalizzazione ecc.), alcune delle quali non rientrano tra le mie precipue conoscenze. Gli eventuali lettori mi perdonino (magari segnalandomele) inesattezze ed imprecisioni ed apprezzino le buone intenzioni.



Di cosa parliamo quando parliamo di economia di mercato? Quali sono i compiti ed i limiti di una tale struttura? Fermiamo un concetto fondamentale: il mercato è il luogo (fisico o immateriale) nel quale vengono prodotti o scambiati beni e servizi. Produzione e scambio: ecco i compiti fondamentali del mercato. Ciò chiarito, sarà molto semplice comprendere ciò che il mercato non fa: a) non attende alla redistribuzione della ricchezza prodotta (sia essa sotto forma di beni o di servizi); b) non pone limiti al consumo delle materie prime e delle risorse umane necessarie per la produzione e lo scambio.
In relazione al punto a) credo si possa concordare pacificamente. Salvo che agli entusiastici albori dell’economia capitalistica, oggi nessuno può realisticamente parlare di una capacità redistributiva del mercato, sia essa limitata ad una comunità o globale. Il mercato produce e scambia, non è in grado di ridistribuire alcunché.
Molto più attuale è il problema b): la percezione di vivere in un mondo finito, le cui risorse non sono illimitatamente sfruttabili per un numero n di individui, è entrata piuttosto di recente nella coscienza collettiva. Gli esperti non sono ancora concordi sui tempi (trenta, cinquanta o cent’anni) ma ci avvertono un giorni si e l’altro pure dicendoci: attenzione questo mondo finirà per esaurimento delle risorse.
Poste queste semplici premesse, non possiamo dimenticare che parlare di mercato significa proiettare il discorso in una dimensione globale. Ciò è vero per quanto riguarda la finanza, ma è sempre più vero (e lo è ogni giorni di più ) anche per le merci di uso quotidiano, di valore modico, la cui provenienza geografica remota è continua fonte di stupore.
In una dimensione puramente nazionale, la redistribuzione del reddito avviene su una duplice base: una volontaria, che potremmo banalmente chiamare beneficenza, l’altra coattiva, in forza della imposizione statuale, il cui fine precipuo sovente non è neppure la redistribuzione, ma che comunque ottiene – anche in misura limitata – un effetto in tal senso.

In un contesto globale squilibrato, nel quale 1/3 dell’umanità sostanzialmente consuma molto più dei rimanenti 2/3, non esiste un’entità sovranazionale preposta alla redistribuzione della ricchezza. I singoli stati si comportano in questo caso come i privati: fanno cioè beneficenza, sotto forma di prestiti, aiuti, progetti ecc., in ciò affiancati da privati.
Non esiste una redistribuzione obbligatoria ed istituzionalizzata da parte degli stati sovrani, né una fiscalità a tanto preposta. Anzi la c. d. Tobin tax (una tassa di scopo sulle transazioni finanziarie volta a finanziare progetti per il terzo mondo) è oggetto di più dinieghi che consensi da parte dei governi mondiali.
Pertanto, tra soggetti tutti superiorem non recognoscentes quali sono (in teoria) gli stati sovrani, politiche di redistribuzione concordata possono avere solo una fonte pattizia.
Ma un patto, per la sua natura negoziale e non coercitiva, non obbliga tutti necessariamente ad aderirvi. Vieppiù! Laddove non contenga efficaci sanzioni per la sua inosservanza, è un patto a metà, inefficace nella sua fase applicativa. Inoltre anche laddove tali sanzioni siano contenute nel testo dell’accordo, la loro applicazione può essere frenata dalle resistenze dei singoli stati chiamati a darvi concreta esecuzione.
Analogo è il discorso che può essere compiuto per la protezione dell’ambiente e la limitazione dello sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. Sotto gli occhi di tutti è la vicenda del protocollo di Kyoto, nel quale si sono evidenziati i limiti di cui sopra degli accordi internazionali. Ma innumerevoli sono gli esempi di problemi di salvaguardia ambientale che si è cercato di regolamentare in ambito internazionale, dettando norme che tutelino ambienti o specie minacciate di estinzione, salvo poi constatare con amarezza che proprio i paesi maggiormente responsabili di questo o quello scempio sono coloro che si sottraggono agli accordi, ovvero vi aderiscono a condizione che gli stessi siano riscritti sino a svuotarli di senso.
L’esigenza che, pertanto, si impone è quella di un terzo, un governo sovra nazionale che detti pochi ma incisivi obblighi ai governi nazionali nelle materie sopra citate. Purtroppo anche oggi dobbiamo prendere atto dell’assenza di questo soggetto, analogamente a quanto constato in un ambito diverso (il problema della pace nell’era della guerra fredda) da Bobbio, il quale parlò di “terzo assente”.

L’ONU certamente, allo stato, non è in grado di svolgere tale compito. Non lo è per un problema di volontà politica dei suoi componenti, i quali sono senz’altro mal disposti a quelle cessioni di sovranità che dovrebbero dotare le Nazioni unite di strumenti atti a garantire il rispetto coattivo di norme coercitive.
Non lo è anche per limiti oggettivi di sensibilità e percezione politica: se il paese X continua, nonostante i moniti e le sanzioni, a distruggere il proprio ecosistema ed a compromettere quello planetario, chi assumerebbe la responsabilità di sanzionare o, alla peggio, rimuovere un governo nazionale?
Non lo è per carenza di strumenti, che dovrebbero spaziare dalla persuasione alla coazione e sono difficili da individuare; non lo è, ancora, per la presenza di una realtà “imperiale” quale quella costituita dagli USA, unica acclarata realtà di sovranità ultra nazionale emersa dalla fine della guerra fredda.
Ma se un “superstato” un arbitro, un “terzo assente” sono così indispensabili tanto da sembrare gli unici strumenti atti ad incidere efficacemente su alcune realtà globali, dobbiamo stracciarci le vesti per esserci arenati nelle secche della statualità globale oppure un’altra soluzione è possibile?
Si e no è la risposta, allo stato, possibile: realizzare un’entità sovrastatale è reso complicato dai problemi sopra assai sommariamente evidenziati. Ma, a fianco dello stato, sin dai suoi albori, esiste sempre un’altra entità, in conflitto più o meno scoperto con esso: la società.
Stato/società è una diade di termini confliggenti, in cui l’uno serve a definire in negativo l’altro (ossia lo stato, nell’ambito del jus publicum, è tutto quello che non è la società e viceversa). La filosofia politica, successivamente all’affermazione del concetto di stato – nazione, è colma di considerazioni e, talvolta, di drammatizzazioni, sul conflitto stato/società.
Orbene: se un “super stato”, sebbene teoricamente desiderabile non è praticamente attuabile (almeno rebus sic stantibus) è possibile una società globale con scopi comuni, che siano precipuamente quelli di ridistribuire le ricchezze del pianeta e preservarne le risorse?
Se per società si intende la totalità della società, ovviamente la risposta è no. Se invece si ha l’obiettivo più modesto ma realistico di aggregare un numero vasto di soggetti sensibilizzati o sensibilizzabili su certe linee guida, al fine di costruire nuovi stili di vita, orientare le varie espressioni di consenso verso partiti, movimenti ed associazioni sensibili alle tematiche ambientali, finanziare collettivamente micro e macro progetti per i paesi in via di sviluppo, insomma costruire una massa consapevole che abbia impatto sulle scelte del sistema politico ed economico, allora una società globale è possibile. E lo è tanto più in quanto si dispone di strumenti di comunicazione diffusi a livello di massa (internet ed i suoi corollari) che sino a dieci anni fa erano inimmaginabili quantomeno nella loro diffusione pervasiva.
Se poi il radicamento di determinati concetti investe diffusamente strati di opinione pubblica che, nei rispettivi ambiti (dal quartiere alla nazione) sono dotati di opinion leadership, allora si avrà quel c. d. “effetto a cascata” su altre classi sociali, magari meno avvertite su tali problemi, di cui parlava Kornhauser. Si tratta di un progetto ambizioso e non meno irto di difficoltà della costruzione di una realtà sovrastatale, ma che offre il vantaggio di potersi valere di una indeterminata pluralità di mezzi.
I nemici, tuttavia, sono tanti: i meccanismi di omologazione della società di massa, le rassicuranti bugie delle corporation, la disinformazione imperante o, meglio, la capacità dei media di polarizzare l’attenzione su alcune tematiche, distogliendo da altri, dettando insomma l’agenda. Poi vi sono le esemplificazioni da combattere: la peggiore delle quali è a mio avviso la dizione comunemente accettata per designare un movimento di idee che è “no global”. Lo scrivo tutto in maiuscole, affinché il concetto sia chiaro e non sfugga: PROBLEMI GLOBALI RICHIEDONO SOLUZIONI GLOBALI, ed i problemi con i quali ci scontriamo sono globali. Combattere l’orrenda globalizzazione imposta dalle grandi imprese, svelare il marcio che i lustrini dei vari brand coprono, rivelare l’origine e la natura criminale di moltissimi business apparentemente impeccabili, esaltare le specificità locali quali mezzi per la conservazione delle risorse naturali, rivendicare diritti per tutti gli abitanti della Terra e non solo per alcuni, sono solo alcuni aspetti di una globalizzazione che potremmo definire solidale, antagonista, alternativa o come meglio aggrada.
Non sappiamo se le logiche di mercato quali noi conosciamo siano reversibili o se ormai abbiano vinto. Ma possiamo e dobbiamo tentare. Non abbiamo che da perdere le nostre catene e quelle di chi, meno fortunato di noi, ogni giorno muore per produrre materie prime e beni di consumo per la parte più ricca del globo. Perché nascere “altrove” non sia più un peso pari al peccato originale che non si è commesso.

martedì 10 aprile 2007

8 x 1000 ai valdesi - Appello di Micromega


Di fronte all’offensiva clericale volta a limitare irrinunciabili libertà e diritti civili degli individui (che andrebbero invece decisamente ampliati), e alla subalternità e passività dello Stato nelle sue istituzioni parlamentari e governative, benché non credenti in alcuna religione, in occasione della dichiarazione dei redditi invitiamo tutti i cittadini democratici a devolvere l’otto per mille alla Chiesa Evangelica Valdese che le libertà e i diritti civili degli individui ha sempre rispettato e anzi promosso, e che si è impegnata ad utilizzare i proventi dell’otto per mille esclusivamente in opere di beneficenza e non a scopo di culto o di sostegno per i ministri e le opere della propria confessione religiosa.
Per sottoscrivere: appellolaico@micromega.net
Firmatari:
Paolo Flores d’Arcais, Umberto Eco, Margherita Hack, Vasco Rossi, Giorgio Bocca, Simone Cristicchi, Andrea Camilleri, Dario Fo, Michele Santoro, Oliviero Toscani , Franca Rame, Ferzan Ozpetek, Lidia Ravera, Umberto Galimberti, Lella Costa, Luciano Canfora, Bernardo Bertolucci, Mario Monicelli, Eugenio Lecaldano, Gennaro Sasso

venerdì 6 aprile 2007

presenze mafiose

Il testo che segue venne redatto in occasione di una consulenza resa alla Commissione speciale Anticamorra istituita presso la Regione Campania. Senza pretendere di essere esaustivo, affronta la problematica dello scioglimento delle amministrazioni per infiltrazioni mafiose. Stante la gravità ed attualità del tema, ritengo utile condividerlo con eventuali visitatori di questo blog.
§ 1 Cenni storici.
Nell’ordinamento giuridico italiano, a dispetto della diuturnità del problema[1] le norme che disciplinano l'intervento antimafia negli enti locali sono relativamente recenti.
La legge 8 giugno 1990, n. 142, sull'ordinamento delle autonomie locali, all’art. 39 prevedeva lo scioglimento dei consigli comunali a) in caso di atti contrari alla Costituzione o b) per gravi e persistenti violazioni di leggi, nonché c) per gravi motivi di ordine pubblico (all. 1), non contemplando la fattispecie di infiltrazioni mafiose.
Solo il D. L. 31 maggio 1991, n. 164, intervenne per colmare la lacuna normativa, aggiungendo l’art. 15-bis alla L. n. 55 del 1990 (all. 2).
La cennata norma introduceva un’ipotesi di scioglimento nuova rispetto a quelle previste dalla legge sulle autonomie locali promulgata nel 1990.
L’art. 15-bis L. n. 55/1990 disponeva che i consigli comunali e provinciali potessero essere sciolti quando, in seguito all’esercizio dei poteri ispettivi del Prefetto, fossero accertati elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o forme di condizionamento degli amministratori tali da compromettere la libera determinazione degli organi elettivi ed il buon andamento delle amministrazioni comunali e provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi ad esse affidati, ovvero che risultino tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica.
Detto provvedimento, altresì, introduceva una tutela cautelare interinale conferendo, al comma 5, al prefetto il potere di sospendere, in attesa del decreto di scioglimento, “gli organi dalla carica ricoperta, nonché da ogni altro incarico ad essa connesso, assicurando la provvisoria amministrazione dell'ente mediante invio di commissari” per il termine di sessanta giorni (art. 15-bis L. n. 55/1990).
Attualmente la materia è disciplinata dagli artt. 143 e seguenti del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali), che riprende la previsione dell'articolo 15-bis della legge 19 marzo 1990, n. 55, alla cui lettura integrale si rimanda (all. 3).

§ 2 La procedura di scioglimento.
Alla stregua del disposto normativo dell’art. 143 co. 2 T. U. Enti locali, il procedimento di scioglimento di un’amministrazione comunale o provinciale “è avviato dal prefetto della provincia con una relazione che tiene anche conto di elementi eventualmente acquisiti con i poteri delegati dal Ministro dell'interno ai sensi dell'articolo 2, comma 2-quater, del decreto-legge 29 ottobre 1991, n. 345, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 dicembre 1991, n. 410, e successive modificazioni ed integrazioni”. La norma fa espresso richiamo ai poteri già attribuiti all’Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa, poi devoluti al Ministero dell’Interno dal 01.01.1993, poteri che il Viminale è facultato a delegare ai Prefetti, alla D.I.A. o ad altri organi di Pubblica Sicurezza.
Alla relazione prefettizia, nel caso di riscontro di elementi che integrino gli estremi dello scioglimento (collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o forme di condizionamento degli amministratori stessi, che compromettono la libera determinazione degli organi elettivi e il buon andamento delle amministrazioni comunali e provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi alle stesse affidati ovvero che risultano tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica, come elencati dal comma 1 dell’art. 143 T. U.) segue l’emanazione, da parte del Presidente del decreto che dispone lo scioglimento dell’Ente. Tale decreto viene emanato dal Capo dello Stato su proposta del Ministro dell'interno, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri.
Il suddetto decreto viene trasmesso contestualmente alla sua emissione alle Camere e conserva i suoi effetti “per un periodo da dodici a diciotto mesi prorogabili fino ad un massimo di ventiquattro mesi in casi eccezionali” (art. 143 co. 3 T. U.) e viene pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana. Finalità precipua dell’istituto dello scioglimento è quella “di assicurare il buon andamento delle amministrazioni e il regolare funzionamento dei servizi ad esse affidati”.
Nel decreto di scioglimento viene contestualmente nominata “una commissione straordinaria per la gestione dell'ente, la quale esercita le attribuzioni che le sono conferite con il decreto stesso” (art. 144 T. U.). Tale commissione è composta di tre membri “scelti tra funzionari dello Stato, in servizio o in quiescenza, e tra magistrati della giurisdizione ordinaria o amministrativa in quiescenza” (art. 144 T. U.) La stessa permane in carica fino allo svolgimento del primo turno elettorale utile.
Avverso il decreto di cui all’art. 143 T. U. è ammessa tutela giurisdizionale dinanzi all’A. G. A., da esercitarsi nelle forme ordinarie (ricorso al TAR in prime cure ed eventuale, successivo, ricorso al Consiglio di Stato).
Legittimati attivi nel giudizio sono i componenti degli organismi disciolti, mentre i legittimati passivi sono la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministro degli interni, il prefetto della provincia di appartenenza dell’ente sciolto, la Gestione straordinaria dello stesso e l’Ente.

§ 3 Problematiche derivanti dall’applicazione della norma. L’elaborazione della giurisprudenza costituzionale.
I. A pochi mesi dall’entrata in vigore delle norme che modificavano la legge sulle autonomie locali del 1990, con due distinti decreti del Presidente della Repubblica del 2 agosto 1991 vennero sciolti per infiltrazioni mafiose i consigli comunali di Taurianova (RC) e di Casandrino (NA). A tali scioglimenti sono seguiti numerosi altri.
Il ricorso diffuso all’A. G. A. da parte degli amministratori “sciolti” ed il dibattito nelle varie sedi politiche hanno fatto emergere le problematiche e le criticità sottese alle norme in esame.

II. Con propria dettagliata e motivata ordinanza (n. 681/1992, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 45, prima serie speciale, dell'anno 1992) emessa in data 8 luglio 1992 dal Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, venivano sottoposte al vaglio della Corte Costituzionale alcune motivate censure di legittimità costituzionale dell'art. 15-bis della legge 19 marzo 1990, n. 55 (all. 2).
In sintesi, il Tribunale amministrativo regionale ha sollevato dubbi sulla legittimità costituzionale della norma indicata, in quanto:
a) consente di attribuire rilevanza a "collegamenti indiretti" di taluni
amministratori con la criminalità organizzata;
b) prevede lo scioglimento dell'intero organo elettivo anche in presenza di collegamenti - nel senso detto - riguardanti soltanto alcuni amministratori;
c) stabilisce il permanere degli effetti dello scioglimento per un periodo da dodici a diciotto mesi.

III. Quanto al profilo sub lettera a), il TAR Lazio riteneva che la norma impugnata si caratterizzasse per un minore grado di spessore probatorio richiesto come presupposto dello scioglimento (i "collegamenti" con la criminalità organizzata), rispetto agli elementi richiesti sia per il promovimento dell'azione penale sia per l'adozione della misura preventiva.
Tale statuizione si palesava difforme rispetto al quadro normativo all’epoca vigente (art. 40 L. 142/90) per la sospensione e rimozione degli amministratori degli enti locali (il cui presupposto era l’imputazione di un reato previsto dalla L. 646/82, che istituiva il reato di associazione di tipo mafioso o la sottoposizione a misura di prevenzione o a misura di sicurezza), ovvero per la sospensione obbligatoria degli amministratori degli enti locali, a norma dell’art. 15 L. 55/90, il cui presupposto era la sottoposizione a procedimento penale per il delitto di associazione di tipo mafioso.
Il TAR Lazio, pertanto, dubitava della conformità della richiamata norma ai principi di ragionevolezza (art. 3 della Costituzione) e di buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97 della Costituzione). Nel confronto tra le norme indicate nel presente capo emergeva che l'apprezzamento della sussistenza di collegamenti tra l'organo elettivo e la criminalità organizzata veniva ad essere affidato a valutazioni di consistenza inferiore anche a quella richiesta per gli elementi indiziari, che non consentono un adeguato controllo in sede giurisdizionale.

IV. In ordine al punto sub b) (scioglimento dell'intero organo elettivo anche in presenza di collegamenti riguardanti soltanto alcuni amministratori) il TAR Lazio argomentava che la sanzione finiva per colpire anche i componenti dell'organo estranei al collegamento con il crimine organizzato, vulnerando il principio di personalità della responsabilità.
Il tribunale remittente riteneva che la norma richiamata contrastasse con gli artt. 24 e 113 della Costituzione, riducendosi la possibilità di controllo della legittimità dell'operato della pubblica amministrazione, tanto più quanto meno "percepibili" sono i dati e gli elementi assunti a base del giudizio di collegamento tra organo elettivo e criminalità organizzata.
Anche l'art. 51 della Costituzione, ad avviso del TAR Lazio, era da ritenersi violato, atteso che la garanzia di accesso alle cariche elettive "non può non includere ... il mantenimento della carica conseguita e l'esercizio delle relative funzioni".
La norma denunziata non avrebbe rispettato, pertanto, la necessità che la disciplina della materia sia immune da genericità o indeterminatezza.

V. In ordine alla censura sub c) di cui al presente capitolo sub II (permanenza degli effetti dello scioglimento per un periodo da dodici a diciotto mesi) il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio dubitava che la previsione di legge fosse conforme alla Costituzione. Invero la protratta efficacia dello scioglimento comporta la sospensione del diritto di elettorato attivo, in deroga all'art. 48 della Costituzione che indica un numerus clausus di cause (incapacità civile, sentenza penale irrevocabile, indegnità morale) di sospensione del suddetto diritto, ma anche del diritto di elettorato passivo (art. 51 della Costituzione).
Altro effetto dello scioglimento ritenuto incostituzionale risiede nella "sospensione dell'autonomia degli enti locali", garantita dagli articoli 5 e 128 della Costituzione.
Ma vi è di più! La rimessione della norma alla discrezionalità dell'amministrazione della determinazione della durata dello scioglimento, in difetto di un parametro normativo, “sottrae la scelta al sindacato giurisdizionale, violando l'art. 24 della Costituzione.

VI. A tali serrate critiche la Corte Costituzionale rispose con una articolata sentenza (all. 4), la n° 103 del 10/19.03.1993 (Presidente Casavola, redattore Caianiello), che dichiarava manifestamente inammissibili le questioni di legittimità costituzionale sollevate in relazione all’ articolo 15-bis della legge 19 marzo 1990, n. 55. Le motivazioni addotte dalla Consulta, alla cui integrale lettura comunque si rinvia, sono state efficacemente sintetizzate dall’allora Presidente Casavola nella conferenza stampa del 25 gennaio 1994.
In tale sede il Presidente della Consulta, nel ricostruire succintamente i termini della controversia, ha ritenuto fugati “i dubbi prospettati attraverso la rilettura sistematica delle disposizioni impugnate in connessione con tutte le norme della Costituzione che, in diversa guisa, risultano implicate”[2].
Secondo il Presidente Casavola sottesa in tutta la motivazione è “l'argomentazione secondo cui gli organi rappresentativi delle comunità locali debbono essere in grado di svolgere i loro compiti istituzionali con piena autonomia di giudizio e mediante determinazioni di volontà liberamente e democraticamente espresse, al di fuori di ogni indebita ingerenza o pressione esterna”2. Tale è lo spirito della Costituzione e delle norme che tutelano le autonomie locali, secondo l’allora Presidente della Consulta.
Il potere di scioglimento degli organi elettivi è strettamente connaturato a tali esigenze (autonomia di giudizio, libertà e democraticità delle volizioni). Tale potere, di natura straordinaria, viene conferito all'autorità amministrativa, che può esercitarlo solo allorché ricorrano i presupposti di fatto descritti nella norma in esame.
A confutazione della censura sub b) sollevata dal TAR Lazio il Presidente della Consulta argomentava che lo scioglimento, “costituendo misura sanzionatoria nei confronti dell'organo elettivo in ragione della sua oggettiva inidoneità ad amministrare l'ente locale, rende inconferente qualsiasi raffronto con altri modelli normativi che riguardano provvedimenti adottati per singoli amministratori che abbiano subito condanna penale o misura di prevenzione”2. Atteso che la misura dello scioglimento ha carattere sanzionatorio per l'organo, e non per i singoli componenti di esso, a giudizio della Corte Costituzionale perde consistenza “il profilo censorio circa il carattere personale della responsabilità che, appunto, non può essere riferito ad un organo collegiale”2.
Infine la Corte Costituzionale, con la succitata sentenza, ha affermato la ragionevolezza della protrazione degli effetti dello scioglimento per la durata da dodici a diciotto mesi. Tale previsione ben sarebbe conciliabile con le autentiche esigenze delle autonomie locali, attesa la necessità di evitare il riprodursi dei fenomeni infiltrativi negli enti, la cui probabilità sarebbe certamente maggiore laddove si procedesse alla immediata ricostituzione dell'organo.
In tale ottica, la determinazione della durata dello scioglimento è “rimessa alla discrezionalità della P.A. che dovrà, allo scopo, valutare in concreto l'estensione del fenomeno mafioso, dandone adeguato conto nella motivazione del provvedimento”2.

§ 4 Problematiche derivanti dall’applicazione della norma. Il dibattito legislativo.
I. Il superamento delle censure di incostituzionalità della cennata normativa, sia pur acutamente motivato e giuridicamente ineccepibile alla stregua del dettato costituzionale, non ha certamente impedito che la legge fosse oggetto di critiche serrate nella sua fase applicativa.
Emblematici, nella Regione Campania, sono i “casi” Portici e Marano di Napoli. Nel 2002 si verificò lo scioglimento dell’amministrazione porticese, guidata dal Sindaco Leopoldo Spedaliere. Nel gennaio 2004, il Consiglio di Stato riconobbe l’illegittimità del decreto presidenziale di scioglimento, reintegrando nelle sue funzioni l’amministrazione comunale.
Ancor più mediaticamente clamorosa la vicenda di Marano di Napoli: il 28 luglio 2004 questa amministrazione veniva sciolta per legami con la mafia. Da gran parte del mondo politico campano e nazionale pervennero attestati di stima e solidarietà per il Sindaco Mauro Bestini e la sua amministrazione. Il TAR Campania (Napoli) il 5 novembre dello stesso anno accolse il ricorso degli amministratori di Marano, evidenziando l’inidoneità degli elementi raccolti dalla Commissione d’accesso a dimostrare la sussistenza di condizionamenti di tipo mafioso.
La rivista Narcomafie a tal proposito documenta che “All’indomani della sentenza del Tar della Campania a proposito del caso-Marano, (…), il ministro dell’Interno incontrò una delegazione di sindaci della Campania, e (…) propose l’istituzione di un tavolo di concertazione per rendere più efficace e limitare i rischi di arbitrarietà della normativa vigente in tema di collusione tra enti locali e criminalità organizzata. Segno che anche al Ministero si riconobbe la necessità di un intervento riformatore della normativa”[3].
Il punto più alto della riflessione critica sull’istituto dello scioglimento delle amministrazioni per infiltrazioni mafiose è rappresentato dalla discussione conclusasi il 12 luglio 2005 in Commissione Antimafia con un Documento di sintesi[4] (all. 5). Obiettivo dichiarato del documento è quello di “fornire maggiore efficacia ed incisività ai provvedimenti adottati dallo Stato a salvaguardia del regolare svolgimento della vita delle comunità locali”[5]. La Commissione, alla luce delle esperienze consolidate in materia di scioglimento, arriva a formulare la considerazione della inefficacia dello scioglimento, in molti casi, rispetto alle finalità di rinnovamento e sottrazione “dal giogo che la criminalità organizzata impone con il controllo delle attività amministrative”[6].
Benvero l’evoluzione della normativa disciplinante gli enti locali, segnatamente l’elezione diretta del Sindaco (e del Presidente della Provincia) e le norme sulla dirigenza pubblica, costituiscono ulteriori impulsi alla necessità di adeguamento della normativa antimafia[7].
La Commissione antimafia appare ben consapevole della differenza qualitativa tra la diversa consistenza degli elementi necessari per l’avvio di un procedimento penale e quelli indispensabili per lo scioglimento di un’amministrazione. Attesa la funzione di prevenzione e difesa sociale della misura dello scioglimento, ben si giustifica il diverso spessore tra elementi probatori in senso proprio ed indici di infiltrazione mafiosa[8].
Tuttavia gli elementi che portano allo scioglimento “devono consentire di configurare una situazione nella quale l'interferenza con la libera determinazione degli organi di autogoverno locale sia collegabile all'esistenza di fenomeni (…) di criminalità organizzata che sono ragionevolmente riconducibili agli esponenti politici locali oggetto del provvedimento”[9]. Ciò al fine di evitare arbitri, come sottolineato dai casi limite esaminati.

II. Un passaggio fondamentale del Documento della Commissione Antimafia (all. 5) deve ritenersi, a buon diritto, l’analisi dell’incidenza sulla normativa di scioglimento degli Enti della riforma della dirigenza pubblica, introdotta con il D. L. 18 agosto 2000, n° 267.
Principio ispiratore della citata riforma è quello della separazione dei poteri di indirizzo e controllo politico-amministrativo, che spettano agli organi di governo, dai poteri di gestione amministrativa, finanziaria e contabile, di competenza dei dirigenti.
Orbene, attesa la ripartizione dei poteri e delle responsabilità operata dalla riforma, si pone l’esigenza di “salvaguardare l’Amministrazione che, pur evidenziando nella propria gestione elementi di compromissione del buon andamento e dell’imparzialità dell’azione, non manifesti responsabilità del livello politico”[10].
La Commissione, pertanto, propone di modificare la disciplina sullo scioglimento degli enti locali, aggiungendo l’ipotesi di commissariamento dell'area gestionale da realizzarsi “mediante la nomina di un commissario straordinario che svolga le funzioni del direttore generale con poteri di avocazione delle funzioni gestionali,
amministrative e finanziarie dei servizi interessati”[11].
La sussistenza di responsabilità del livello dirigenziale nel verificarsi di infiltrazioni mafiose dovrebbe implicare, quale portato naturale, la possibilità di “risoluzione del rapporto di diritto pubblico o privato instaurato con l’ente, per il venire meno del rapporto fiduciario sottostante”[12]; analogamente, per i lavoratori dipendenti, la Commissione antimafia ritiene che l’accertamento della sussistenza di responsabilità nel verificarsi di fenomeni infiltrativi a carico di questi, debba poter determinare l’avvio di procedimenti disciplinari che possano terminare anche con il licenziamento del dipendente[13].

III. Il documento dell’Antimafia (all. 5) si sofferma sull’opportunità di introdurre nella normativa in materia un ulteriore presupposto di scioglimento. Invero l’art. 143 del D. Lgs. 267/2000 prevede l’ipotesi di scioglimento nei casi in cui risulti compromesso il buon andamento dell’ente. Il principio del buon andamento, richiamato dall’art. 97 della Costituzione, pone a carico del funzionario pubblico l’onere di svolgere la propria attività secondo i modi e le forme più opportuni per garantire efficienza, speditezza, economicità ed efficacia dell’azione amministrativa. La Commissione opportunamente argomenta che, oltre al principio del buon andamento, la normativa sullo scioglimento debba tutelare anche quello dell’imparzialità della P. A., che si estrinseca nella estraneità dell’azione amministrativa ad interessi particolari[14].
L’esperienza pratica dei condizionamenti mafiosi insegna che sovente un atto “pur non ledendo i principi di efficacia, efficienza, speditezza ed economicità, abbia leso quello di imparzialità”[15]. Un esempio pratico è quello, peraltro frequente, di “appalti aggiudicati al prezzo più basso, in tempi celeri e senza spreco di risorse pubbliche, ma assegnati favorendo un’impresa mafiosa”15.
Pertanto il Documento suggerisce che oggetto di valutazione da parte della Commissione d’accesso sia non solo l’eventuale turbativa del buon andamento di un’amministrazione, ma anche dell’imparzialità. Beninteso la sanzione da applicare nel caso di compromissione dell’imparzialità dell’amministrazione colpirà il livello politico e/o quello dirigenziale, a seconda dell’addebitabilità delle situazioni compromissive riscontrate[16].

IV. La proposta di modifica legislativa si sofferma su tre aspetti non secondari delle vicende di scioglimento.
Il primo è quello dell’accertamento di compromissioni individuali con la criminalità organizzata non suscettibili di interferire con la vita dell’Ente.
Sotto tale profilo, la Commissione indica la necessità di previsione legislativa di un potere di sospensione o decadenza dalla funzione svolta, sia essa elettiva o dirigenziale. Poteri da esercitarsi, in ogni caso, nelle forme e con il controbilanciamento delle garanzie giurisdizionali previste per lo scioglimento dell’ente[17].
Ancor più centrale è la questione del termine per l’esecuzione delle indagini intraprese dalla commissione d’accesso. Come ricorda Mauro Bestini, sindaco di Marano di Napoli, rievocando la propria vicenda[18], la commissione d’accesso protrasse nell’ente le proprie funzioni per “dodici mesi di occupazione militare e di blocco degli uffici, impegnati nella continua richiesta di documenti e fotocopie”[19].
Evitare di compromettere ulteriormente la funzionalità dell’ente oggetto di indagine, in ragione del protrarsi dell’attività inquisitoria della commissione d’accesso: in quest’ottica la Commissione Antimafia ritiene congruo “fissare il termine di tre mesi entro il quale la commissione dovrà ultimare l’attività di accesso, fissando (…) nei successivi tre mesi il termine entro il quale dovrà essere emanato il provvedimento definitivo (…)”[20].
Una limitazione temporale all’esercizio dei poteri di accesso ritenuta senz’altro indispensabile, alla stregua delle esperienze maturate nel corso di questi anni.
Infine non può omettersi l’importanza di un’ulteriore proposta di modifica legislativa della Commissione, consistente nel riconoscimento al Prefetto della facoltà di consultare il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, al quale sia chiamato altresì a partecipare il Procuratore della Repubblica competente per territorio. Una consultazione ritenuta indispensabile per “ conferire maggiore solidità argomentativa alle motivazioni poste a base delle decisioni adottate dall'Amministrazione dell'Interno nell'ambito della propria autonomia”[21].

V. Oltre che sugli aspetti connessi allo scioglimento, la pars distruens di un’attività amministrativa compromessa da infiltrazioni mafiose, la Commissione antimafia indica alcune direttrici di modifica alla legge in vigore, il cui precipuo scopo è migliorare l’incisività della gestione straordinaria “tesa al recupero effettivo delle condizioni generali dell’azione amministrativa secondo il dettato della Carta costituzionale”[22].
A tal fine la Commissione ravvisa l’opportunità di innovare la normativa vigente, indicando sin dalla relazione del prefetto allegata alla proposta di scioglimento, i “punti critici dell’azione amministrativa”. Ciò al fine di motivare la misura adottata, ma anche di individuare “adeguate soluzioni di recupero di ogni aspetto della legalità dell’azione amministrativa condotta nell’interesse della collettività”[23].
Preliminarmente, allo scopo di garantire una intensa professionalità e specializzazione alla gestione straordinaria, la Commissione propone di innovare la normativa vigente mediante l’istituzione di un ruolo dei Commissari straordinari presso il Ministero dell’Interno[24]. Anche la provenienza da un territorio provinciale diverso da quello d’appartenenza dell’ente sciolto, per ragioni inespresse ma di evidente opportunità, viene individuato come elemento qualificante della gestione24.
I principi che debbono presenziare all’azione commissariale vengono individuati in quelli di “promozione della legalità, dello sviluppo e della partecipazione democratica”[25].
Nei settori più “sensibili” ai condizionamenti, quale quello degli appalti, servizi e forniture, la Commissione Antimafia ravvisa l’opportunità di concedere alla gestione commissariale la possibilità di stipulare contratti a trattativa privata anche in deroga alla normativa di evidenza pubblica, procedura da adottare “solo quando non si possa accedere con la stessa efficienza e celerità agli ordinari strumenti offerti dalle norme in vigore in materia di evidenza pubblica”[26]. Nella medesima logica si pone l’esigenza di conferire espresso mandato alla gestione commissariale di provvedere alla ricognizione sull’aggiudicazione di appalti, affidamento in concessione di servizi pubblici locali, concessioni edilizie, autorizzazioni amministrative ed incarichi professionali26.
Il riflesso delle innovazioni legislative nel campo della dirigenza ed il conseguente riparto di sfere decisionali[27] trova un suo strumento pratico nella previsione di innovazione legislativa proposta dalla Commissione, in ordine agli spostamenti del personale dell’ente, anche “in deroga alle norme in materia di contrattazione e concertazione con le organizzazioni sindacali” verso le quali residuerebbe un obbligo di comunicazione preventiva dei provvedimenti adottati[28]. Tale misura si giustificherebbe in forza “dell’eccezionale interesse dello Stato al ripristino della legalità nello svolgimento dell’azione amministrativa gravemente compromessa dall’infiltrazione mafiosa”28.

VI. Il Documento in esame (all. 5) si conclude con l’analisi di due profili residuali ma non secondari. Il primo riguarda la previsione di una sanzione di ineleggibilità a carico dei soggetti che abbiano dato causa all’infiltrazione mafiosa nell’ente. Beninteso tale previsione, atteso che sovente riguarderebbe soggetti a carico dei quali non si è formato un giudicato penale, dovrebbe essere temporanea e limitata al solo successivo turno elettorale utile[29]. Anche in tal caso, comunque, pur non contestandosi l’utilità della modifica proposta, resta problematico conciliare tale esigenza con l’art. 48 della Costituzione.
L’ultimo aspetto, infine, è quello della tutela giurisdizionale delle amministrazioni oggetto del provvedimento di scioglimento. Al fine di evitare, da un lato, contrasti giurisprudenziali e dall’altro disparità di trattamento giudiziario delle singole vicende, la Commissione propone la devoluzione della cognizione delle vicende giurisdizionali inerenti lo scioglimento al TAR Lazio (Roma).

§ 5. Il progetto di legge Sinisi – Cristaldi.
I. I contenuti del “Documento di sintesi della discussione sulle problematiche concernenti la normativa sullo scioglimento dei consigli comunali e provinciali conseguente a fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso” (all. 5) testé esposti hanno ricevuto una formalizzazione di D. D. L. ad opera degli onorevoli Giannicola Sinisi e Nicolò Cristaldi[30] (all. 6).
Tale progetto, presentato il 22 Dicembre 2005 ed assegnato in data 30 Gennaio 2006 alla Commissione Affari costituzionali in sede referente, non è stato sottoposto ad esame per le note vicende inerenti lo scioglimento delle Camere.
Il disegno di legge, laddove fosse approvato, innoverebbe radicalmente la vigente normativa, secondo le linee suesposte[31].
Orbene è opportuno, nell’ambito del mandato consulenziale affidato allo scrivente, tentare un bilancio di quanto possa ritenersi condivisibile nelle linee propositive del DDL, con particolare riguardo ad eventuali possibili istituti di immediata attuazione, indicando altresì eventuali criticità e segnalando ulteriori possibili modifiche al testo normativo.

II. La proposta Sinisi – Cristaldi (all. 6) appare, nella sua sostanza ampiamente condivisibile ed in linea con l’esigenza di soluzione di quelle criticità emerse nell’applicazione dell’istituto dello scioglimento per infiltrazioni mafiose degli enti.
Pertanto se ne indicheranno solo quegli aspetti modificabili in melius ovvero quelle integrazioni ritenute opportune.
Seguendo l’ordine dell’articolato modificato dal DDL, l’art. 143 co. 3 che prevede incidentalmente la costituzione di un albo dei commissari d’accesso, potrebbe essere integrato dalla previsione di incompatibilità – quanto meno temporalmente limitata – tra le funzioni di commissario d’accesso e quella di commissario straordinario. Ciò anche in difformità alla previsione del comma 4 dell’art. 144 nuovo testo, che prevede l’utilizzo di iscritti al costituendo ruolo di commissari straordinari non impiegati in commissioni straordinarie come commissari d’accesso.
Tale previsione risponde all’esigenza di specializzazione settoriale nell’esercizio delle funzioni, peraltro già recepita dal legislatore.
Il comma 4 del medesimo art. 143 andrebbe integrato con una duplice previsione: a) da un lato la previsione del diritto dell’Ente oggetto di accesso di presentare le proprie controdeduzioni alle conclusioni della commissione d’accesso entro un congruo termine. Ciò al fine di munire l’ente di una tutela extra giurisdizionale e di fornire uno strumento cognitivo ulteriore al Prefetto.
Tale facoltà avrebbe anche un’altra finalità, quella di deflazionare il contenzioso amministrativo, atteso che il Prefetto anche alla luce delle controdeduzioni dell’ente, melius re perpensa, possa adottare un provvedimento di diniego dello scioglimento ovvero possa limitare questo alla sola area gestionale ed amministrativa, ricorrendone i presupposti; b) quale modifica aggiuntiva al presente comma, si suggerisce l’obbligatorietà del parere che il Prefetto della provincia interessata deve richiedere al Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, integrato con la partecipazione del Procuratore della Repubblica competente per territorio, sull’emissione della proposta di scioglimento. L’obbligatorietà di tale parere risponde alle medesime esigenze di cui al punto precedente.
Ad integrazione delle previsioni di cui al testo dell’art. 145, con espresso riferimento agli incarichi professionali esterni, si suggerisce l’opportunità di istituire presso la Prefettura di ogni provincia un “albo per gli incarichi professionali presso gli enti commissariati”, dal quale la Commissione straordinaria avrebbe l’obbligo di attingere per il conferimento di incarichi con criteri di rotazione automatica, fatta salva la natura particolare dell’incarico, da motivarsi congruamente da parte della commissione. Gli iscritti a tale albo dovrebbero preventivamente accettare un accordo quadro relativo alle tariffe per l’espletamento dei servizi offerti, oltre ad offrire garanzie di ripudio della criminalità organizzata. Tale previsione risponde ad un triplice obiettivo: a) garantire, almeno sotto il profilo previsionale, la certezza per l’Ente di avere una preventiva conoscenza delle tariffe applicate dai professionisti esterni. Ciò anche nell’ottica di un successivo ritorno alla normalità amministrativa dell’ente; b) evitare una prassi consolidata, purtroppo riscontrata, di contiguità tra commissari e fiduciari esterni, con l’attribuzione costante di incarichi esterni ai medesimi soggetti in ragione degli spostamenti dei singoli commissari, c) monitorare l’affidabilità dei fiduciari esterni costantemente nel tempo.
Neutrale è invece il giudizio su altri aspetti della proposta normativa in esame.
Invero la previsione di cui all’art. 145 co. 3 della novella legislativa (stipulazione di contratti di forniture di beni e servizi con il metodo della trattativa privata, anche in deroga ai principi di contabilità pubblica) richiederà opportunamente la “congrua motivazione” di cui alla medesima norma per non divenire uno strumento distorsivo dell’ordinato svolgimento della contrattazione pubblica.
Altresì opportuna è la previsione espressa di tutele giurisdizionali a fronte del disposto del comma 6 del medesimo articolo, in ordine alla sospensione delle norme in materia di contrattazione economica collettiva decentrata e di concertazione con le OO. SS.. Pur nell’evidenza della ratio legis, la deroga ai diritti fondamentali del prestatore di lavoro dovrebbe prevedere una congrua motivazione e delle garanzie di tutela per lo stesso.
Infine la devoluzione di tutte le controversie al TAR Lazio (Roma), prevista dall’art. 146 della novella, pur partendo da un’esigenza di uniformità interpretativa della norma, di fatto potrebbe non costituire un elemento necessario della proposta normativa, atteso che i Tribunali amministrativi regionali in buona sostanza hanno dimostrato una sostanziale uniformità di indirizzo nella trattazione delle problematiche connesse allo scioglimento degli enti.

§ 6. Una prospettiva attuale di integrazione della disciplina sullo scioglimento in vigore.
Nelle more dell’iter parlamentare del disegno di legge Sinisi – Cristaldi, la cui approvazione è incerta nel quando e nell’an, la Regione Campania - nella quale tanta incidenza riveste lo scioglimento degli enti per infiltrazioni mafiose - potrebbe direttamente adoperarsi, nei limiti concessi dalla Costituzione, per la modifica di taluni aspetti della vigente normativa.
Lo strumento che quivi si indica per la modifica è quello di un Protocollo d’intesa, da stipularsi tra la Regione e le cinque Prefetture nelle quali è articolato il nostro territorio regionale.
I punti salienti di tale protocollo che si sottopongono all’attenzione della Commissione speciale osservatorio contro la camorra e la criminalità organizzata sono i seguenti: a) attribuzione delle funzioni di commissario d’accesso o commissario straordinario a soggetti che esercitano le proprie funzioni o risiedono fuori dal territorio della provincia dell’ente interessato; b) incompatibilità temporalmente limitata,almeno per un biennio, tra le summenzionate funzioni; c) adozione, sin dall’immediato, di un modello tipicizzato di relazione commissariale e di proposta di scioglimento che recepisca le indicazioni di massima di cui al testo dell’art. 143 co. 4 come novellato dalla proposta Sinisi – Cristaldi. In particolare si propone che la relazione commissariale indichi analiticamente “la natura dei collegamenti con la criminalità organizzata da parte degli amministratori (…) tali da compromettere il regolare svolgimento dell’azione amministrativa”. La proposta prefettizia, inoltre, dovrebbe dettagliatamente indicare “gli appalti, i contratti ed i servizi interessati dai fenomeni di compromissione o interferenza con la criminalità organizzata o comunque connotati da una condotta antigiuridica”; d) istituzione dell’ albo per gli incarichi professionali presso gli enti commissariati.

[1] Già il Mosca, nel 1901, accenna alla problematica delle infiltrazioni mafiose negli enti locali. Si veda il “Giornale degli Economisti” luglio 1901, p. 236-62, trascrizione di una conferenza tenuta a Torino, ora in Mosca, Gaetano, Che cos’è la Mafia, Stampalternativa, Viterbo, 1994, a cura di Pietro Flecchia, pagg. 25 – 26
[2] Francesco Paolo Casavola, Conferenza stampa del 25 gennaio 1994, da www.cortecostituzionale.it.
[3] Nebiolo, Marco Cambiare la legge per salvarla, in Narcomafie, giugno 2005
[4] Commissione Parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare (XIV legislatura), Seduta del 12 luglio 2005 Documento di sintesi della discussione sulle problematiche concernenti la normativa sullo scioglimento dei consigli comunali e provinciali conseguente a fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso, in Atti della Commissione, 2005.
[5] Ibidem, pag. 1
[6] Ibidem, pag. 2
[7] Ibidem, pag. 2
[8] Documento di sintesi… passim, pagg. 3 e 4
[9] Ibidem¸ pag. 4
[10] Ibidem, pag. 5
[11] Documento di sintesi…, pag. 5
[12] Ibidem
[13] Ibidem
[14] Documento di sintesi…, pag. 7
[15] Ibidem
[16] Documento di sintesi…, pagg. 7 ed 8
[17] Documento di sintesi…, pag. 8
[18] Vedasi infra, § 4. I
[19] Nebiolo, Marco Cambiare la legge…… cit., v. infra in nota 3
[20] Documento di sintesi…, pag. 9

[21] Documento di sintesi…, pag. 9
[22] Ibidem
[23] Documento di sintesi…, pag. 9
[24] Ibidem, pag. 10
[25] Ibidem
[26] Ibidem, pag. 11
[27] V. infra, § 4, II
[28] Documento di sintesi…, pag. 11
[29] Ibidem, pag. 12
[30] A testimonianza della crucialità del tema e dell’interesse suscitato negli schieramenti di maggioranza ed opposizione, si indicano, altresì, gli altri cofirmatari del progetto, con i rispettivi gruppi politici di appartenenza: On. Domenico Bova (DS-U), On. Enzo Ceremigna (Misto, Rnp), On. Giampiero D'Alia (UDC (CCD-CDU)), On. Lorenzo Diana (DS-U), On. Massimo Grillo (UDC (CCD-CDU)), On. Giuseppe Lumia (DS-U), On. Angela Napoli (AN), On. Giovanni Russo Spena (RC)
[31] V. infra, § 4.