mercoledì 16 aprile 2008

Riflettendo sulla sconfitta della sinistra arcobaleno

Posto un commento sulla sconfitta della SA, dopo mesi di vuoto. Una riflessione sofferta, che affonda le sue radici in considerazioni già svolte in questo blog. Il post è seguito da un altro del maggio 2007 nel quale - scusate l'immodestia - credo di aver annusato l'aria che tira....

Calcisticamente, una sconfitta per 1 o 2 a 0 legittima alcuni alibi: l'arbitraggio, la stanchezza per un precedente impegno, le assenze di elementi chiave ecc. Una sconfitta per 8 a 0 non ammette attenuanti di sorta. Tale è la proporzione dello smacco patito da SA. Alcuni fatti sono veri: 1) l'Italia ha una tradizione dal 1948 al 1990 di marca chiaramente bipolare, in virtù della quale due partiti (DC e PCI) assommavano l'80% circa dell'elettorato. Le vecchie abitudini sono dure a morire e l'argomento del "voto utile" ha avuto una sua efficacia; 2) gli elettori hanno percepito SA come un freddo matrimonio d'interesse tra parti politiche assemblatesi per non scomparire; 3) la percezione di una gestione deludente del governo Prodi ha tenuto parte dell'elettorato lontano dalle urne; 4) analogo effetto potrebbe aver avuta l'assenza di falce e martello nel simbolo. Fatte queste opportune premesse, a mio sommesso avviso la sconfitta della SA ha radici ben più profonde di questi eventi contingenti.RC, PdCI e Verdi nonostante l'importanza e la valenza dei temi sostenuti, sono apparsi molto "periferici" rispetto ai temi che gli elettori hanno in agenda. Fiscalità, sicurezza, legalità, federalismo, confronto con l'immigrazione, efficienza della Pubblica Amministrazione sono stati percepiti come temi marginali nel programma di SA. Seppure è vero che su questi temi il PDL ha impostato la sua campagna elettorale, non è vero che non esistano risposte "di sinistra" a quelle che sono sentite come priorità dagli elettori. Il PCI su questi temi aveva idee ben chiare: ma RC e PdCI non sembrano essersi poste su questo binario. I due soggetti politici che si richiamano al comunismo sembrano aver irreversibilmente imboccato la strada di una tradizione della sinistra italiana gloriosa ma minoritaria: quella che dal PSIUP discende sino al PDUP ed a DP. Una tradizione che, in sostanza, non ha mai pesato più delle percentuali conseguite da SA alla Camera ed al Senato. Una tradizione che spesso cade nei manierismi e negli stereotipi di fronte a problemi del vivere quotidiano. Ad esempio: se in una periferia operaia esiste un problema di convivenza con i rom, non credo sia elettoralmente pagante appellarsi ai sacrosanti valori della tolleranza e dell'accoglienza. Occorrerrebbe, semmai, farsi promotori di azioni positive di sostegno per dare dignità ai nomadi, non omettendo di reprimere condotte antisociali, applicando misure preventive e repressive quali espulsioni ecc.Altro esempio: il problema dell'efficienza burocratica. Siamo tutti favorevoli a "meno mercato più stato" (o, al limite, più terzo settore). Posta questa premessa, occorre che la sinistra si faccia strenua promotrice di politiche di efficienza e riqualificazione del settore pubblico, non disdegnando di licenziare in tronco chi scalda la sedia, che esiste, e non è una mitologia partorita dal Prof. Ichino. Si tratta di esempi, ma testimoniano una distanza (vera o percepita che sia) tra programmi ed elettorato.Adesso leggo e sento parlare di un bivio: tra costituente comunista e prosieguo dell'esperienza di SA. Due progetti nobili e degni, ma quali saranno i contenuti? Un radicalismo scollato dalla società e dal territorio oppure un partito ramificato che mutatis mutandis assomigli al vecchio PCI? Abbiamo bisogno di un soggetto che selezioni i "no" da dire: un partito che non rincorra la piazza, ma la riempia e la guidi. Un soggetto con idee chiare su ciò che è "lotta" e ciò che è "governo". Serve un partito con un'agenda che non sia chiusa a nulla: come dicevo innanzi, esiste una risposta sul tema "sicurezza" che sia di sinistra, esistono analisi e valutazioni (Gramsci docet) che spaziano a 360° e si aprono alla società e non si conchiudono in formule stereotipate.Per quanto mi riguarda, non ho preferenze per un progetto: mi interessano i contenuti. Resto alla finestra ed attendo riscontri.
i cani di pavlov
Appartengo, per meditata scelta ideale ed ideologica, all’area che è comunemente denominata sinistra radicale. Tale scelta mi è parsa quasi d’obbligo di fronte ad alcuni dati di fatto sotto gli occhi di tutti, come l’inefficienza delle ricette correnti per la lotta alla povertà interna ed internazionale, la salvaguardia dell’ambiente, la costruzione di un mondo meno litigioso e più pacificato.Tuttavia l’appartenenza non può esimermi, semmai anzi mi obbliga, dal constatare taluni aspetti singolari, spesso di una esasperante meccanicità, di azione – reazione che si riscontra in alcuni (non tutti, sia chiaro) militanti e rappresentanti. Ovvero, ad una situazione data, sovente si risponde in uno ed un solo modo, senza contemplare altre possibilità che non siano in contrasto con i postulati della propria appartenenza ideale.Un esempio eclatante: sappiamo che esiste una certa percentuale della popolazione, che chiameremo per semplicità razzisti, la quale reagisce sfavorevolmente all’ “estraneo”, sia esso proveniente dal comune limitrofo o da Venere. Con questa minoranza non c’è discussione possibile: ciò nondimeno, assimilare a questa minoranza chiunque denunci oggettivi problemi di convivenza e confronto con gli “estranei” è un autogol clamoroso che spesso la sinistra radicale segna. Le parole d’ordine in questi casi sono sempre le stesse: tolleranza, assimilazione, diritti di cittadinanza eccetera. Sacrosante, non vi è dubbio.Ma queste parole d’ordine trascurano l’altro aspetto dell’immigrazione, che è la lacerazione psico culturale che il migrante di prima generazione soffre a lasciare il suo paese. Trascurano un altro aspetto fondamentale, che è quello di arginare le future migrazioni, non per ottuso razzismo, ma per non svuotare di cultura, energie, vitalità i paesi del terzo mondo. Aprire le porte di casa senza preoccuparsi di una seria politica di reinsediamento degli immigrati o di contenimento della migrazione, attraverso progetti mirati che consentano la creazione di imprenditoria, di un tessuto socio economico produttivo nei paesi sempiternamente in via di sviluppo non è radicale: è miope.Un’altra reazione tipicizzata è quella che si innesca di fronte alle critiche al settore pubblico: chiaro che se la critica è all’esistenza della “mano pubblica” tout court non c’è dialogo che tenga.Ma, laddove l’oggetto degli attacchi sia l’inefficienza parassitaria di alcuni settori della burocrazia, inamovibilità dei titolari di impieghi dalle loro posizioni, l’irragionevolezza di alcuni privilegi, allora il radicalismo – a mio sommesso avviso – dovrebbe imporre un durissimo attacco ‘da sinistra’ a determinate situazioni. Richiamarsi agli inalienabili diritti dei lavoratori non ha molta presa su strati operai e, perché no, intellettuali, che magari sotto diversi i profili della profusione del lavoro manuale o di quello intellettuale la sera tornano a casa prostrati dalla fatica. Perciò i dipendenti pubblici, oltre a meritare le tutele da accordare a tutti i lavoratori, dovrebbero rammentare un po’ più spesso di essere al servizio dei cittadini e non viceversa e regolarsi di conseguenza. In mancanza, una politica che sia realmente di sinistra radicale impone l’applicazione di gravi sanzioni, ivi compreso il licenziamento, oltre a legittimare lo scardinamento di varie roccaforti di inerzia parassitaria, ancora esistenti.Un altro tema che fa salivare al suono del campanello la sinistra radicale nostrana è quello del contrasto alla criminalità organizzata. Agire sul versante della prevenzione, sradicando la mala pianta della mafia attraverso la creazione di un tessuto economico efficiente che inglobi i soggetti che costituiscono la manovalanza delle associazioni criminali non è giusto: è sacrosanto. Ma, a questo imprescindibile momento, andrebbe aggiunta – a mio parere – una valorizzazione della repressione. Quando parliamo di manovalanza criminale non dobbiamo avere sotto gli occhi solo ceti sottoproletarizzati, privi di ogni opportunità di sopravvivenza che non sia la mafia, in fervida attesa di opportunità di redenzione. Dobbiamo anche immaginare un vasto strato di popolazione portatore di una sottocultura anti statalista, imperniata di familismo amorale e logiche di clan. A queste persone va spiegato, attraverso l’apparato repressivo, che il nostro clan (lo stato) è più forte e più duro del loro e contro di esso non vi è nulla da fare. Quando lo avranno capito, saranno pronti ad essere riassorbiti dal tessuto economico eccetera eccetera ed essere cittadini produttivi.Gli esempi di salivazione pavloviana della sinistra radicale potrebbero continuare, ma mi fermo qui. Basta comunque sapere che i cani di pavlov non sono mai stati un esempio di intelligenza, semmai l’opposto.Soprattutto, sbavando al suono di campanelli si perdono consensi e aderenza alla realtà.Per vincere non occorre farsi uguali agli altri, per carità. Ma per perdere radicamento sociale è sufficiente lasciare che alcuni temi scottanti facciano parte dell’agenda degli avversari e non della propria e non elaborare sugli stessi alcuna soluzione alternativa a quella proposta dall’antagonista.

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