mercoledì 16 aprile 2008

Riflettendo sulla sconfitta della sinistra arcobaleno

Posto un commento sulla sconfitta della SA, dopo mesi di vuoto. Una riflessione sofferta, che affonda le sue radici in considerazioni già svolte in questo blog. Il post è seguito da un altro del maggio 2007 nel quale - scusate l'immodestia - credo di aver annusato l'aria che tira....

Calcisticamente, una sconfitta per 1 o 2 a 0 legittima alcuni alibi: l'arbitraggio, la stanchezza per un precedente impegno, le assenze di elementi chiave ecc. Una sconfitta per 8 a 0 non ammette attenuanti di sorta. Tale è la proporzione dello smacco patito da SA. Alcuni fatti sono veri: 1) l'Italia ha una tradizione dal 1948 al 1990 di marca chiaramente bipolare, in virtù della quale due partiti (DC e PCI) assommavano l'80% circa dell'elettorato. Le vecchie abitudini sono dure a morire e l'argomento del "voto utile" ha avuto una sua efficacia; 2) gli elettori hanno percepito SA come un freddo matrimonio d'interesse tra parti politiche assemblatesi per non scomparire; 3) la percezione di una gestione deludente del governo Prodi ha tenuto parte dell'elettorato lontano dalle urne; 4) analogo effetto potrebbe aver avuta l'assenza di falce e martello nel simbolo. Fatte queste opportune premesse, a mio sommesso avviso la sconfitta della SA ha radici ben più profonde di questi eventi contingenti.RC, PdCI e Verdi nonostante l'importanza e la valenza dei temi sostenuti, sono apparsi molto "periferici" rispetto ai temi che gli elettori hanno in agenda. Fiscalità, sicurezza, legalità, federalismo, confronto con l'immigrazione, efficienza della Pubblica Amministrazione sono stati percepiti come temi marginali nel programma di SA. Seppure è vero che su questi temi il PDL ha impostato la sua campagna elettorale, non è vero che non esistano risposte "di sinistra" a quelle che sono sentite come priorità dagli elettori. Il PCI su questi temi aveva idee ben chiare: ma RC e PdCI non sembrano essersi poste su questo binario. I due soggetti politici che si richiamano al comunismo sembrano aver irreversibilmente imboccato la strada di una tradizione della sinistra italiana gloriosa ma minoritaria: quella che dal PSIUP discende sino al PDUP ed a DP. Una tradizione che, in sostanza, non ha mai pesato più delle percentuali conseguite da SA alla Camera ed al Senato. Una tradizione che spesso cade nei manierismi e negli stereotipi di fronte a problemi del vivere quotidiano. Ad esempio: se in una periferia operaia esiste un problema di convivenza con i rom, non credo sia elettoralmente pagante appellarsi ai sacrosanti valori della tolleranza e dell'accoglienza. Occorrerrebbe, semmai, farsi promotori di azioni positive di sostegno per dare dignità ai nomadi, non omettendo di reprimere condotte antisociali, applicando misure preventive e repressive quali espulsioni ecc.Altro esempio: il problema dell'efficienza burocratica. Siamo tutti favorevoli a "meno mercato più stato" (o, al limite, più terzo settore). Posta questa premessa, occorre che la sinistra si faccia strenua promotrice di politiche di efficienza e riqualificazione del settore pubblico, non disdegnando di licenziare in tronco chi scalda la sedia, che esiste, e non è una mitologia partorita dal Prof. Ichino. Si tratta di esempi, ma testimoniano una distanza (vera o percepita che sia) tra programmi ed elettorato.Adesso leggo e sento parlare di un bivio: tra costituente comunista e prosieguo dell'esperienza di SA. Due progetti nobili e degni, ma quali saranno i contenuti? Un radicalismo scollato dalla società e dal territorio oppure un partito ramificato che mutatis mutandis assomigli al vecchio PCI? Abbiamo bisogno di un soggetto che selezioni i "no" da dire: un partito che non rincorra la piazza, ma la riempia e la guidi. Un soggetto con idee chiare su ciò che è "lotta" e ciò che è "governo". Serve un partito con un'agenda che non sia chiusa a nulla: come dicevo innanzi, esiste una risposta sul tema "sicurezza" che sia di sinistra, esistono analisi e valutazioni (Gramsci docet) che spaziano a 360° e si aprono alla società e non si conchiudono in formule stereotipate.Per quanto mi riguarda, non ho preferenze per un progetto: mi interessano i contenuti. Resto alla finestra ed attendo riscontri.
i cani di pavlov
Appartengo, per meditata scelta ideale ed ideologica, all’area che è comunemente denominata sinistra radicale. Tale scelta mi è parsa quasi d’obbligo di fronte ad alcuni dati di fatto sotto gli occhi di tutti, come l’inefficienza delle ricette correnti per la lotta alla povertà interna ed internazionale, la salvaguardia dell’ambiente, la costruzione di un mondo meno litigioso e più pacificato.Tuttavia l’appartenenza non può esimermi, semmai anzi mi obbliga, dal constatare taluni aspetti singolari, spesso di una esasperante meccanicità, di azione – reazione che si riscontra in alcuni (non tutti, sia chiaro) militanti e rappresentanti. Ovvero, ad una situazione data, sovente si risponde in uno ed un solo modo, senza contemplare altre possibilità che non siano in contrasto con i postulati della propria appartenenza ideale.Un esempio eclatante: sappiamo che esiste una certa percentuale della popolazione, che chiameremo per semplicità razzisti, la quale reagisce sfavorevolmente all’ “estraneo”, sia esso proveniente dal comune limitrofo o da Venere. Con questa minoranza non c’è discussione possibile: ciò nondimeno, assimilare a questa minoranza chiunque denunci oggettivi problemi di convivenza e confronto con gli “estranei” è un autogol clamoroso che spesso la sinistra radicale segna. Le parole d’ordine in questi casi sono sempre le stesse: tolleranza, assimilazione, diritti di cittadinanza eccetera. Sacrosante, non vi è dubbio.Ma queste parole d’ordine trascurano l’altro aspetto dell’immigrazione, che è la lacerazione psico culturale che il migrante di prima generazione soffre a lasciare il suo paese. Trascurano un altro aspetto fondamentale, che è quello di arginare le future migrazioni, non per ottuso razzismo, ma per non svuotare di cultura, energie, vitalità i paesi del terzo mondo. Aprire le porte di casa senza preoccuparsi di una seria politica di reinsediamento degli immigrati o di contenimento della migrazione, attraverso progetti mirati che consentano la creazione di imprenditoria, di un tessuto socio economico produttivo nei paesi sempiternamente in via di sviluppo non è radicale: è miope.Un’altra reazione tipicizzata è quella che si innesca di fronte alle critiche al settore pubblico: chiaro che se la critica è all’esistenza della “mano pubblica” tout court non c’è dialogo che tenga.Ma, laddove l’oggetto degli attacchi sia l’inefficienza parassitaria di alcuni settori della burocrazia, inamovibilità dei titolari di impieghi dalle loro posizioni, l’irragionevolezza di alcuni privilegi, allora il radicalismo – a mio sommesso avviso – dovrebbe imporre un durissimo attacco ‘da sinistra’ a determinate situazioni. Richiamarsi agli inalienabili diritti dei lavoratori non ha molta presa su strati operai e, perché no, intellettuali, che magari sotto diversi i profili della profusione del lavoro manuale o di quello intellettuale la sera tornano a casa prostrati dalla fatica. Perciò i dipendenti pubblici, oltre a meritare le tutele da accordare a tutti i lavoratori, dovrebbero rammentare un po’ più spesso di essere al servizio dei cittadini e non viceversa e regolarsi di conseguenza. In mancanza, una politica che sia realmente di sinistra radicale impone l’applicazione di gravi sanzioni, ivi compreso il licenziamento, oltre a legittimare lo scardinamento di varie roccaforti di inerzia parassitaria, ancora esistenti.Un altro tema che fa salivare al suono del campanello la sinistra radicale nostrana è quello del contrasto alla criminalità organizzata. Agire sul versante della prevenzione, sradicando la mala pianta della mafia attraverso la creazione di un tessuto economico efficiente che inglobi i soggetti che costituiscono la manovalanza delle associazioni criminali non è giusto: è sacrosanto. Ma, a questo imprescindibile momento, andrebbe aggiunta – a mio parere – una valorizzazione della repressione. Quando parliamo di manovalanza criminale non dobbiamo avere sotto gli occhi solo ceti sottoproletarizzati, privi di ogni opportunità di sopravvivenza che non sia la mafia, in fervida attesa di opportunità di redenzione. Dobbiamo anche immaginare un vasto strato di popolazione portatore di una sottocultura anti statalista, imperniata di familismo amorale e logiche di clan. A queste persone va spiegato, attraverso l’apparato repressivo, che il nostro clan (lo stato) è più forte e più duro del loro e contro di esso non vi è nulla da fare. Quando lo avranno capito, saranno pronti ad essere riassorbiti dal tessuto economico eccetera eccetera ed essere cittadini produttivi.Gli esempi di salivazione pavloviana della sinistra radicale potrebbero continuare, ma mi fermo qui. Basta comunque sapere che i cani di pavlov non sono mai stati un esempio di intelligenza, semmai l’opposto.Soprattutto, sbavando al suono di campanelli si perdono consensi e aderenza alla realtà.Per vincere non occorre farsi uguali agli altri, per carità. Ma per perdere radicamento sociale è sufficiente lasciare che alcuni temi scottanti facciano parte dell’agenda degli avversari e non della propria e non elaborare sugli stessi alcuna soluzione alternativa a quella proposta dall’antagonista.

martedì 25 dicembre 2007

Il mio Sms di Natale

"Ti auguro un natale con più gioia nel cuore che sulla tavola e più meraviglia per la nascita di Gesù che per i doni sotto l'albero".

A tutti i visitatori del ghiaghia1poliblog augurissimi di buon natale. Aspetto i vostri Sms nei commenti :)

Parole di saggezza

Una riflessione acuta sul socialismo reale ed una molto più banale.

"Quanto è stato impugnato nella Russia sovietica - sia pure con mani sporche e sanguinose - e in un modo che certamente ci disgusta, è però un'idea costruttiva, la ricerca della soluzione di una questione che anche per noi è seria e scottante e che noi, colle nostre mani più pulite non abbiamo ancora saputo impugnare abbastanza energicamente: la questione sociale".
(Karl Barth, febbraio 1949, Conferenza a Berna)
su Karl Barth vedi ad esempio http://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Barth
"Comunismo e fascismo hanno lasciato molte sofferenze e macerie laddove hanno governato. Tuttavia in nome del primo milioni di uomini hanno combattuto grandi battaglie per la liberazione dalla schiavitù e per i diritti sociali, che costituiscono un monumento immortale. Il fascismo non ha prodotto nulla di tutto ciò, anche fuori dai confini delle nazioni nelle quali si è imposto con la violenza".
(ghiaghia1, svariate discussioni in chat)

domenica 9 dicembre 2007

Spe salvi: la valutazione di una teologa cattolica e di un teologo protestante.


Una speranza per tutti
di A. M.

Quando esce un’enciclica ognuno di noi nel suo immaginario vorrebbe essere al posto del Papa che l’ha scritta, si interroga su come l’avrebbe impostata, cerca le questioni che rimangono aperte, esprime le sue perplessità e le sue soddisfazioni. Inoltre, ad ogni enciclica, il tema può risultare più o meno simpatico, può trovare approvazione o meno e creare aspettative differenti.
Un’enciclica sulla speranza, parola e status chiave della vita umana, pone sicuramente ogni uomo in ascolto.
Non voglio entrare in merito alla fondatezza dell’enciclica. La prendo come spunto per portare avanti alcune riflessioni sulla speranza e domande che mi si aprono nello sfogliare le pagine. Non voglio che queste righe siano prese come critica o presa di posizione, ma come parole e domande che aprono questioni, interrogativi e che si mettono in ascolto di questo tempo.

La prima domanda è se serviva un’enciclica su quella che è una virtù teologale, ma anche uno stato dell’animo dell’uomo di ogni tempo.
Il Papa parla della speranza come virtù tipicamente cristiana. In effetti nel Nuovo Testamento e negli scritti dei Padri sono numerosi i riferimenti alla speranza.
Però il Papa non rievoca il fatto che la speranza accompagna l’uomo da sempre ed appartanente ad ogni tempo. Penso alla Spes romana ultima dea o alle figure della speranza evocate da Ernst Bloch il Il Principio Speranza, interamente dedicato al tema della speranza e alle sue forme di vissuto. Ernst Bloch associa tutte queste figure alla dimensione religiosa. Forse non va dimenticato questo vivere la speranza tipicamente umano.

La speranza è per tutti. Forse cambia la dimensione della speranza. In chi speriamo? Perché speriamo? Tipico del cristiano è il non sperare invano, è sapere che non è dell’uomo l’ultima parola e nel riporre la propria dimensione di attesa nel Dio di Gesù Cristo che ha vinto la morte.
Ma perché il Papa non ha riportato la dimensione della speranza a quella dimensione del vivere, sentire, stare sulla terra tipicamente umana?
Scorrendo l’Enciclica la speranza è definita come una certezza. Ritornano in me le parole della Lettera agli Ebrei, tra l’altro rievocate dal Papa: “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”. La speranza implica un non vedere, un non avere sicurezze, ma il fondare la propria aspettativa proprio in quello che non si vede, non si riconosce. La speranza, come la fede, è compagna del faticare umano, del sentirsi sospesi. Perché parlare di certezza in un’epoca in cui nemmeno la scienza è motivo di certezze dimostrabili?
La speranza apre, ma oltre le certezze, le sicurezze del vivere.
Penso al cammino degli Ebrei per quarant’anni nel deserto verso una Terra Promessa. La speranza è il luogo delle promesse, dei desideri non storicamente realizzati, della Terra Promessa.
E immagine storica prima della speranza è la Risurrezione di Gesù Cristo.

Leggo la digressione del Papa sulla verità dei filsofi: “Il Vangelo porta la verità che i filosofi peregrinanti avevano cercato invano...”. Mi credo e mi piace pensare, da filosofa cristiana, che la Verità del Vangelo è ben altra rispetto alla verità filosofica. Forse si integrano, si incontrano, ma la verità di Cristo va oltre ogni verità filosofica. La Verità di Cristo è verità che parla del Padre all’uomo di sempre.
Così anche mi chiedo se davvero la scienza abbia mai pensato realmente di redimere l’uomo, forse, in un tempo di certezze, ha creduto di semplificare la vita all’uomo, di portare ausili, ma non redenzione, tanto meno lo crede in questo periodo in cui l’uomo si scopre sempre più fragile.
La scienza non dà risposte al cuore dell’uomo.

Non ho mai amato l’illuminismo, tanto meno il relativismo che non prende posizione, ma mi domando, leggendo la Spe Salvi, perché scagliarsi contro… e perché scagliarsi contro il marxismo, ideologia di un tempo passato. Forse ora, in questo tempo, sono altri i ‘fondamentalismi’ e gli ‘integralismi’ che abitano l’uomo…

Poi penso a tutti quei luoghi dove la speranza non passa, perché manca la parola di speranza. Che risposte dà l’enciclica a questi spazi? Spesso la mancanza di speranza non dà la forza di pregare e tanto meno di tollerare dolore e sofferenza, vista di un oltre. Penso a tutti quegli spazi di vita, antri chiusi, dove la speranza non arriva perchè noi cristiani non sappiamo metterci parola, abbiamo paura ad accedervi... e questo è il mio primo tarlo.

Dio, alla fine, passa e passa comunque in ogni territorio! Forse questo dovrebbe essere il primo messaggio di un’enciclica sulla speranza alla fine del 2007.

Un'enciclica distante dalla modernita'
di Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia

Anche la seconda enciclica di papa Benedetto XVI è una riflessione teologica, ricca di richiami non formali alle Scritture, su un aspetto centrale della fede cristiana. Questo è un bel segno, in un tempo in cui la presenza delle gerarchie cattoliche, in Italia come nel mondo, appare sempre più legata a questioni morali, con interventi tesi ad influenzare le decisioni in materia di etica pubblica, a tutelare condizioni privilegiarie, a controbattere le voci che, nella chiesa romana, intendono il Concilio Vaticano II come l’avvio di un processo di rinnovamento.
Fa bene il papa a rispiegare l’essenziale del messaggio evangelico; il ritorno alle fonti, cioè un rinnovato ascolto della testimonianza delle Scritture è l’unica cosa che può impedire alla chiesa di scambiare qualcos’altro (mondano o religioso che sia) per la speranza di Cristo. Così questa enciclica non manca di affermazioni che si possono condividere e fare proprie, come richiamo alla Parola di Dio, convinti come siamo che il compito ecumenico più urgente sia tornare insieme a scuola di cristianesimo, mettendoci a nudo davanti a Dio e alla sua Parola.
E tuttavia non posso tacere alcuni interrogativi e critiche di fondo. Non mi riferisco a punti di ovvia divergenza dottrinale: ai n. 47 e 48 il papa ripropone, certo in maniera moderata, la dottrina del purgatorio e la pratica del suffragio per i defunti, che a nostro avviso non hanno alcun fondamento biblico e quindi neppure alcuna legittimità teologica. Qui le chiese protestanti non possono che ripetere con Lutero: "Il purgatorio è contro l’articolo fondamentale, secondo cui solo Cristo, e non alcuna opera umana, può aiutare le anime" (WA 40, 205). Ai nn. 49 e 50 il papa chiude la sua enciclica con una preghiera a Maria, "stella del mare", alla quale ovviamente non possiamo associare la nostra richiesta di guida sul cammino della speranza, cosa che avremmo fatto toto corde se essa fosse stata indirizzata a chi solo può accoglierla, cioè a Dio in Cristo.
Mi riferisco invece ad alcuni temi sui quali sarebbe necessaria una testimonianza ecumenica che sia al tempo stesso un "render ragione della speranza che è in noi" e un responsabile fare i conti con ciò che di questa speranza abbiamo fatto nella storia.E qui c’è il primo problema. Come di consueto, per il papa le cose sono andate bene da Gesù (addirittura dalla cacciata dal paradiso terrestre, n. 17) fino ai tempi moderni. In essi, la fede è stata ridotta a fatto privato ed è così divenuta "in qualche modo irrilevante per il mondo"; Lutero ha ridotto la speranza da "sostanza" ad "atteggiamento interiore"; Bacone ha diffuso la fede in un regno dell’uomo basato sulla scienza, che però non può redimere, e di lì si è sviluppato il mito del progresso; Kant ha opposto la "fede razionale" alla "fede ecclesiastica"; Marx ha voluto sviluppare una politica "pensata scientificamente", tesa al "cambiamento di tutte le cose", ma "in modo unilaterale" e, soprattutto, "materialistico". Anziché liquidare tutto questo travaglio moderno con la frase "è necessaria un’autocritica dell’età moderna", il teologo cristiano dovrebbe chiedersi se le correnti di pensiero appena menzionate non abbiano contribuito a mettere in luce l’infedeltà della cristianità trionfante, che ha pensato più al potere (in primo luogo spirituale ed ideologico) della chiesa e degli ecclesiastici che a diffondere la speranza e alimentare la formazione di coscienze liberate; che si è poco occupata di giustizia nel mondo, come invece esige la Scrittura, Antico e Nuovo Testamento; che ha tacitato l’esigenza legittima di un "mondo migliore" in nome di un al di là; che ha combattuto la scienza che invece, biblicamente, può essere vista come vocazione che Dio rivolge all’umanità creata "a sua immagine" ed incaricata del dominium terrae.
Il papa parla, vero, anche di una autocritica "del cristianesimo" (n. 22), ma si tratta di quello "moderno"! Cioè, di quel cristianesimo che ha ripensato se stesso prendendo sul serio gli interrogativi di cui sopra. Questo cristianesimo, che nella chiesa del papa vuol dire una certa teologia "conciliare", deve fare autocritica. Chi ha alle spalle il secolo XX, e non ha né rimosso né idealizza il regime di cristianità, le "auto-critiche" richieste ad altri da chi sta in alto non possono che apparire sospette. Al n. 37 il papa ricorda la speranza incrollabile del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Tin (+ 1857), "prigioniero per il nome di Cristo" e ci propone una autentica testimonianza. L’Europa, però, è imbevuta del sangue di martiri, per lo più cristiani, morti non per Bacone o Kant o Marx, né torturati ed uccisi da adepti delle idee moderne di un regno di dio secolarizzato sulla terra, ma vittime di una cristianità vincente nella sua pretesa di organizzare il mondo con la Verità che essa detiene. La sfida della speranza implica che si rilegga noi per primi, senza sconti, la nostra storia alla luce del giudizio di Dio. Il problema, invece, sembra essere solo che i moderni non credono più al giudizio universale. Che cosa ha fatto di disperante lo stalinismo che non si fosse già visto nell’Europa cristiana, in nome del crocifisso però?
Inoltre non credo proprio che la tentazione più diffusa oggi tra i cristiani e tra gli uomini e le donne del nostro tempo, siano i miti del progresso e l’illusione di un regno di Dio qui ed ora. Vedo piuttosto scoraggiamento, confusione, solitudine, rassegnazione, dubbi, evasione, assenza di prospettive, stanchezza. Qual è la parola che noi riceviamo dall’Evangelo in questa situazione? Questa mi sembra la domanda che attanaglia il testimone cristiano. Per non parlare poi del fatto che la protesta contro l’infeudamento del moderno cristianesimo ai miti del progresso è già risuonata forte e chiara a partire dagli anni ’20 del secolo scorso, ad opera di uno sparuto gruppo di cristiani protestanti (Karl Barth), nell’indifferenza della loro chiesa asservita al nazionalsocialismo e mentre il papa di Roma firmava concordati con Mussolini e Hitler. Eppure per Benedetto XVI il vero problema è la modernità.
L’obiettivo polemico (la modernità e il cristianesimo moderno) ha guidato Benedetto XVI in tutta l’enciclica, e così non appaiono valorizzati testi e contesti biblici che avrebbero dato un’altra impronta al discorso e avrebbero permesso di accogliere serenamente gli interrogativi che attraversano la coscienza attuale, anche cristiana. Secondo il papa, "l’ateismo moderno è … un moralismo: una protesta contro le ingiustizie del mondo e della storia universale" (n. 42). Ma la protesta, coram Deo!, contro l’ingiustizia è una dimensione fondamentale nelle Scritture, da Giobbe all’Apocalisse, passando per molti salmi e profeti. Se Gesù riprende in croce il grido di Israele ("Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato", Salmo 22), il discorso cristiano sulla sofferenza non può risolversi nell’invito a trovare un senso anche in essa. Se nel Nuovo Testamento i discorsi sul Regno di Dio e sul "frattempo" tra la prima venuta di Cristo e il suo ritorno sono, come sono, articolati e per certi versi contraddittori, ciò andrebbe messo alla base di una riflessione sulla speranza, mostrando che la speranza è una scoperta nelle contraddizioni.
Infine una parola su Lutero. In una bella formulazione, al n. 2, il papa afferma: "il messaggio cristiano non era solo «informativo», ma «performativo». Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita." Non siamo lontani dalla scoperta di Lutero: l’Evangelo come parola di Dio che promette, dona, salva. La Riforma, dal XVI secolo, in fondo, non ha voluto dire altro che questo: la Parola è "efficace", dona realmente la realtà che annuncia. Poche pagine dopo, però, Lutero viene liquidato come qualcuno che avrebbe ridotto la speranza ad atteggiamento interiore anziché riconoscerla come "realtà presente in noi". Peccato, un’(altra) occasione mancata per ascoltare oggi chi si è respinto allora, per non prenderlo sul serio come testimone cristiano e farne solo uno dei primi "moderni", che oggi devono fare autocritica.
Tratto da NEV - Notizie evangeliche del 5 dicembre 2007

giovedì 29 novembre 2007

La notorietà del male

La citatissima frase di Andy Warhol (in futuro ognuno sarà famoso per quindici minuti) forse non profetizzava per quale via si sarebbe divenuti famosi in un futuro che oggi è il presente.
Non era sufficiente la notorietà che i reality show donano ad alcune braccia rubate all'agricoltura o alla manovalanza edile: adesso si diventa noti (e, per corollario, ricchi ed idolatrati) anche se si è sospettati o condannati per aver ucciso qualcuno.
E' il caso, attualmente, di Marco Ahmetovic, il giovane di etnia rom condannato a sei anni e mezzo di reclusione (attualmente scontati agli arresti domiciliari) per aver ucciso quattro giovani nelle Marche guidando ubriaco un furgone. Con l'ausilio di un promoter pubblicitario, Ahmetovic sarebbe divenuto testimonial di una presunta Linea rom di vestiti ed accessori.
Non conosco i prodotti griffati e promossi dal condannato né gli introiti che questo ha realizzato (anche se si parla di un contratto che prevede un compenso di € 300.000).
Tuttavia mi sorge spontanea una meditazione. Vivo in un contesto nel quale guidare tranquillamente è un'utopia, assediati come si è da scooteristi, i quali ti si parano dinanzi con la disinvolta impunità di chi è al sicuro all'interno di un TIR, senza valutare l'instabile fragilità delle due ruote, che dovrebbe indurre alla prudenza.
Ebbene: con un atteggiamento cauto e prudente nei confronti di questi imbecilli, ho evitato che decine di persone si facessero male, anche se lo avrebbero meritato per la loro condotta ai limiti del criminale.
Ora, se Ahmetovic è divenuto testimonial dopo aver commesso una strage al volante, qual'è il compenso per me per aver salvato (e per salvare ogni giorno) vite umane?
Attendo una risposta a stretto giro, altrimenti deporrò ogni scrupolo ed investirò chi merita di essere investito, ucciderò chi merita di essere ucciso e renderò paraplegico chi cerca ogni giorno di finire sulla sedia a rotelle. Poi narrerò il mio stress e la mia lacerazione emotiva di fronte alla protervia ed arroganza delle mie vittime e diventerò famoso. La ricchezza di certo seguirà alla fama.
Perciò attenti, voialtri: c'è un nuovo sceriffo in città che non lascerà impunite le vostre infamie a bordo dello scooter.