lunedì 21 luglio 2008

Da padre a padre: lettera aperta al Ministro Bossi

E' giusto essere vicini all'avversario politico nei momenti di avverse sorti familiari.
Il giovane Bossi jr è stato bocciato per la seconda volta alla maturità ed il padre che fa? Invece di fare un cazziatone al somaro, si scaglia contro i docenti terroni che puniscono gli studenti del nord che presentano tesine su Cattaneo. O tempora, o mores! Trovo giusto, in tale situazione, mostrarmi solidale con la lettera aperta che segue.
Gentile Ministro Bossi,
sono un professionista meridionale, formato da docenti terroni, padre di due figli. Da padre a padre, mi permetta un consiglio risolutivo per il dramma di Suo figlio: qui al sud vi sono varie scuole private, c. d. esamifici. Quivi ogni anno convergono, in veri e propri viaggi della speranza al contrario, torme di studenti del nord - che chiameremo, in ossequio al politically correct, ‘diversamente preparati’ - per strappare una promozione altrimenti impossibile. Uno di questi, in Campania, si trova nella ridente città di Poggiomarino (NA), liberata dai rifiuti grazie all’efficace azione del governo del quale Ella è parte. In questo modo il suo rampollo diversamente preparato potrà brillare con la sua preparazione e la tesina sul Cattaneo (a proposito, rammenti a Suo figlio che si scrive con 2 t ed una enne) ed apprezzare i criteri di giudizio di docenti terroni doc.
La attendo fidente per il prossimo anno.
Cordialità
ghiaghia1

venerdì 11 luglio 2008

Sull'umana stupidità

Riproduco, per gentile concessione del blog http://misfattilycos.blog.espresso.repubblica.it/ un piccolo saggio su un tema tanto sconfinato quanto sottovalutato: l'umana stupidità quella contro la quale, secondo Schiller, "anche gli dei lottano invano".
Se non capirete il pezzo, pazienza... vuol dire che siete stupidi :D
Il pezzo, nel suo contesto originale, è leggibile su http://misfattilycos.blog.espresso.repubblica.it/misfatti_in_lycos_chat/page/5/




Tendiamo spesso ad attribuire decisioni sbagliate (o catastrofiche) a intenzionale perversità, astuta cattiveria, megalomania, eccetera. Questi comportamenti ci sono – e in esagerata abbondanza. Ma un attento studio della storia (come degli avvenimenti in corso) ,porta all’inevitabile conclusione che la principale causa di terribili errori sia una: la stupidità.
Questo è un fenomeno abbastanza noto. Uno dei modi in cui è riassunto è il cosiddetto Rasoio di Hanlon: «Non attribuire a consapevole malvagità ciò che può essere adeguatamente spiegato come stupidità». Il concetto è stato ribadito da Robert Heinlein in una frase ancora più semplice: «Non sottovalutare mai il potere della stupidità umana».
Quando la stupidità si combina con altri fattori (come succede spesso) l’effetto può essere devastante.
Una cosa che ci sorprende (o forse no?) è quanto poco studio si dedichi a un argomento così importante. Ci sono dipartimenti universitari che si occupano delle complessità matematiche dei movimenti delle formiche in Amazzonia ,o della storia medievale dell’isola di Perim. Ma non ci risulta che ci siano cattedre di stupidologia.
Ho trovato pochi buoni libri sull’argomento.
C’è un libro che ho letto – e non ho mai dimenticato. Si chiama 'A Short Introduction to the History of Human Stupidity 'di Walter B. Pitkin della Columbia University ,ed era stato pubblicato nel 1934. L’avevo trovato per caso, molti anni fa, in uno scaffale di vecchi libri, E, per fortuna, ce l’ho ancora. Vecchio com’è, è ancora un buon libro. Molte delle osservazioni del professor Pitkin sono di grande attualità dopo più di settant’anni.
Il libro si conclude con un epilogo: «ora siamo pronti a cominciare lo studio della storia della stupidità». Poi... più nulla.
Il professor Pitkin era saggio. Sapeva che un’intera vita è troppo breve per poter approfondire anche solo qualche frammento di un argomento così vasto. Perciò pubblicò l’introduzione – e basta.
Evidentemente esistono molti altri libri e documentiin cui si parla, in un modo o nell’altro, di stupidità.Ma pochi in cui si tenta un inquadramento sistematicodel problema per individuarne i meccanismi e gli effetti
Le “leggi fondamentali della stupidità umana” sono note e citate anche in altri contesti. Non mi sembra necessario riprodurle, né riassumerle. A chi non le conoscesse, consiglio di leggere il testo di Carlo Cipolla (che, come altre opere dello stesso autore, unisce la serietà dell’analisi a una gradevole vena di umorismo). Mi limito qui ad alcuni commenti.
In parte si tratta di cose già note. Per esempio un fatto rilevato anche da altri autori (vedi il già citato rasoio di Hanlon) ,e da quasi tutte le persone che hanno avuto occasione di ragionare sull’argomento: si tende sempre a sottovalutare “il numero di stupidi in circolazione”.
È una constatazione che ognuno di noi può fare ogni giorno: per quanto coscienti possiamo essere del potere della stupidità, siamo spesso sorpresi dal suo manifestarsi ,dove e quando meno ce la aspettiamo.
Ne derivano due conseguenze, anche queste evidenti in ogni analisi coerente del problema. Una è che si sottovalutano spesso i perniciosi effetti della stupidità. L’altra è che, per la loro imprevedibilità, i comportamenti stupidi sono ancora più pericolosi di quelli consapevolmente malvagi.
Uno dei meriti è riconoscere il fatto che la stupidità di una persona “è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona”.
Questo è un punto fondamentale, che contraddice opinioni diffuse, ma è confermato da ogni attenta verifica sul tema. Non è solo o banalmente politically correct, ma è sostanzialmente vero, che nessuna categoria umana è più intelligente o più stupida di un’altra. Non c’è alcuna differenza nel livello o nella frequenza della stupidità per genere, sesso, razza, colore, etnia, cultura, livello scolastico eccetera.
«Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno».
Un importante vantaggio di questo concetto è che evita l’arduo problema di definire “in teoria” che cosa sia la stupidità (o l’intelligenza), mentre ne valuta la rilevanza in relazione agli effetti pratici.
È evidente che, in base a questo criterio, si possono definire diverse categorie di comportamento.
Ovviamente ,ai due estremi stanno le persone che realizzano un vantaggio per sé e per gli altri (perciò “intelligenti”) e all’altro quelle che danneggiano gli altri e anche se stesse (perciò “stupide”). È chiaro anche che ci sono almeno due categorie “intermedie”.
Una che fa danno agli altri con vantaggio per sé definiti“banditi”) e l’altra che fa un danno a sé con vantaggio per gli altri.

mercoledì 9 luglio 2008

Sex and govern

Una lettura istruttiva: dal Clarin di Buenos Aires del 05 luglio scorso, come ci vedono i giornali stranieri. Ma non quelli comunisti, sia chiaro: quelli di simpatie peroniste, quindi non pregiudizialmente ostili al Cavalier Pompetta....copincollando questo link http://www.clarin.com/diario/2008/07/05/elmundo/i-01708762.htm
se conoscete lo spagnolo, potrete leggere l'articolo originale.

Il primo ministro Silvio Berlusconi ed una ministra del suo governo hanno occupato il centro dello scenario di un vasto scandalo già battezzato "sexygate", come quello che dieci anni fa quasi costò la presidenza degli USA a Bill Clinton, a causa dei suoi accertati giochi di sesso orale nella sala ovale della casa bianca con la stagista Monica Lewinsky.Dopo vari giorni, sulla stampa e nei centri del potere politico italiano, specialmente alla Camera dei Deputati, crescono i si dice.Si dice che nel vaso di Pandora delle 8.400 intercettazioni telefoniche realizzate dalla giustizia di Napoli in una causa di corruzione che potrebbe terminare in un processo penale contro Silvio Berlusconi, ci sono alcune telefonate prive di rilevanza penale ma che sono un cocktail esplosivo per il loro forte contenuto erotico ed i riferimenti al sesso orale che gli italiani chiamno il pompino.Sinora queste intercettazioni non sono finite sulle pagine di alcun giornale o rivista come d’abitudine in questo paese, né in linea sui siti internet dove zampillano come sorgenti i pettegolezzi di ogni tipo. Tuttavia il giornale La Repubblica cita la ex viceministro degli esteri e dirigente socialista Margherita Boniver, devota partigiana de Berlusconi, che riconosce l’esistenza di messaggi a luci rosse. Secondo la stampa, nei dialoghi telefonici Berlusconi e la sua attuale ministra della Pari Opportunità, Mara Carfagna, trentasettenne, scambierebbero frasi di tono più che compromettente, con allusioni al pompino. All’epoca in cui furono realizzate le intercettazioni, il Cavaliere era il capo dell’opposizione e Carfagna una soubrette di fama crescente in televisione.Di grande belleza, Mara è stata già la causa di uno scandalo che scoppiò nel gennaio dello scorso anno quando alla consegna dei Telegatti, l’allora capo dell’opposizione conservatrice le disse pubblicamente: se non fossi sposato mi sposerei con te.La seconda moglie di Berlusconi, Veronica Lario, altra gran bellezza e madre di tre figli (il Cavaliere ne ha altri due dal suo primo matrimonio), fece esplodere la sua ira in una lettera aperta al marito che pubblicò La Repubblica, pretendendo che chiedesse scusa. Berlusconi si affrettò a soddisfare la richiesta.Mara è di Salerno e la sua biografia ricopre attività televisive, mondo dello spettacolo e la vita mondana. Ma Carfagna ha studiato pure danza classica, canto ed è laureata in giurisprudenza.Cosa sarebbe successo se Clinton avesse nominato Mónica Lewinsky ministro, si è chiesto il deputato dell’opposizione Massimo Donadi. L’ex PM del processo Mani Pulite Antonio Di Pietro, duro oppositore parlamentare di Berlusconi, ha dichiarato che non può invocare il rispetto della vita privata chi nomina una ministra della Repubblica per ragioni estranee alle sue funzioni istituzionali.Di lì a poco Di Pietro ha accusato il primo ministro di essere un magnaccia, quando il settimanale l’Espresso due settimane fa pubblicò intercettazioni telefoniche con dialoghi tra Berlusconi ed il direttore della RAI Agostino Saccà, nel quale l’allora capo dell’opposizione e proprietario del gruppo televisivo rivale, chiese al suo amico di dar lavoro a cinque soubrettes ed attrici di scarso spessore.In particolare Berlusconi segnalò Antonella Troise. È una pazza che dice que io la pregiudico e sta diventando pericolosa, gli disse. Per tutti la richiesta appariva come una maniera efficace di mettere a tacere, chissà per quali motivi, la Troise.Per parare l’alluvione che gli veniva incontro, Berlusconi ha annunciato un decreto ddelk suo governo volto a proibire la diffusione delle intercettazioni telefoniche. Successivamente ha dichiarato che non necessitavano nuove norme, dopo che i suoi amici lo hanno calmato ed i magistrati napoletani che lo hanno inquisito hanno dichiarato che distruggeranno le conversazioni telefoniche senza rilevanza penale. Ma in Italia è difficile che ciò avvenga al cento per cento.In una conferenza stampa ieri (4 luglio, n. d. t.). Berlusconi ha dichiarato che non presenterà un decreto immediatamente esecutivo ma un progetto di legge che sarà discusso in parlamento.A dispetto di tutto il fango che mi lanciano addosso, i sondaggi dimostrano che gli italiani continuano ad approvarmi, ha dichiarato il primo ministro conservatore.Berlusconi e la sua alleanza di centro destra con la lega nord sconfissero sonoramente lo scorso aprile il PD, la nuova forza di centro sinistra che governava sino ad allora e dopo ha perso il Sindaco di Roma. Così, Silvio Berlusconi è tornato ad essere primo ministro per la terza volta nella sua vita.Ciò che appare sulla stampa – ha dichiarato ieri (4 luglio, n. d. t.) – riguarda fatti che nulla hanno a vedere con il programma del governo e portano in primo piano l’attacco costante di una parte della magistratura che chi governa, scelto dal paese, mentre si vuol sovvertire il voto degli italiani.

giovedì 24 aprile 2008

Matrimonio, benedizione, chiesa e stato

Il pezzo che segue, tratto da www.chiesavaldese.org, é un saggio della rubrica che settimanalmente il Pastore Paolo Ricca tiene sul settimanale "Riforma".
L'autore, partendo dall'articolata domanda di una lettrice, propone una riflessione ad ampio raggio su temi quali matrimonio, stato, coppie di fatto, rapporti con la Chiesa Cattolica.
Leggo nell’unico testo che un po’ conosco, cioè il Testo comune: I matrimoni tra cattolici e valdesi o metodisti in Italia, al punto 2.5, verso la fine: «La Chiesa valdese non attribuisce rilevanza ai matrimoni senza effetti civili, la cui celebrazione è espressamente prevista dalla normativa cattolica». Ero perfettamente d’accordo con questo modo di procedere, perché consideravo la pratica di risposarsi in Chiesa cattolica senza effetti civili un trucco da parte di persone rimaste vedove per non perdere per esempio la pensione di reversibilità e quindi ingannare l’Inps. L’avanzare dell’età e l’esperienza di amici cattolici che hanno scelto questa forma per vivere una seconda vita matrimoniale mi hanno fatto riflettere e hanno spento la «giovanile» forma di condanna che riservavo a questi casi. Questi amici hanno voluto avere una benedizione per la nuova vita coniugale che hanno iniziato, senza per questo rinnegare l’esperienza precedente, anzi spesso continuando insieme la testimonianza che i coniugi defunti hanno dato.Ora mi chiedo: se nella Chiesa valdese si presentasse una coppia che chiedesse la benedizione sulla unione che vogliono iniziare, sarebbe loro negata? E ancora, la coppia potrebbe essere non solo di vedovi che vogliono sostenersi a vicenda negli ultimi anni della loro vita (in un modo che ho visto molto applicato in ambiente ebraico), ma anche di giovani, magari dello stesso sesso, che decidono di vivere insieme e chiedono che la comunità sia testimone del loro desiderio di chiedere al Signore di benedire la loro unione: come si deve comportare la comunità valdese? Sono casi che sono stati presi in considerazione?
Myriam Venturi Marcheselli – Milano
Il Testo comune citato dalla nostra lettrice è il Testo comune per un indirizzo pastorale dei matrimoni tra cattolici e valdesi o metodisti in Italia, sottoscritto a Roma il 16 giugno 1997 dall’allora moderatore della Tavola valdese Gianni Rostan e dall’allora presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) cardinale Camillo Ruini. Si tratta di un accordo bilaterale ufficiale sui matrimoni misti o interconfessionali tra la Chiesa valdese e la Cei – il primo documento del genere e, finora, l’unico – raggiunto dopo un dialogo avvenuto dal 1989 e il 1993 tra due commissione nominate rispettivamente dal Sinodo valdese e dalla presidenza della Cei. Al Testo comune seguì nel 2000 un Testo applicativo che rende operative le indicazioni di ordine pastorale contenute nel Testo comune. Colgo l’occasione per segnalare il particolare valore di questi due testi, sia perché finora sono, come ho detto, l’unico documento frutto di un dialogo ufficiale avvenuto in Italia da parte di una Chiesa evangelica e della Chiesa cattolica, sia perché il Testo comune è, a mio giudizio, un modello di documento ecumenico, in quanto contiene una prima parte intitolata «Ciò che come cristiani possiamo dire in comune sul matrimonio», mentre nella seconda si espongono le «Differenze e divergenze», e nella terza si forniscono «Indicazioni ed orientamenti circa la pastorale dei matrimoni misti». È un modello in quanto vi si trova chiaramente esposto ciò che, riguardo al matrimonio, unisce cattolici e protestanti e ciò che li divide, dopo di che si dice come sia possibile affrontare insieme questa situazione in modo costruttivo.
È nella seconda parte del Testo comune che si trova la frase citata dalla nostra lettrice, secondo la quale la Chiesa valdese «non attribuisce rilevanza ai matrimoni senza effetti civili», cioè ai matrimoni comunque e dovunque celebrati, che non siano stati resi di pubblico dominio attraverso le «pubblicazioni» e che non siano poi stati registrati negli uffici anagrafici del Comune. Qui effettivamente ci troviamo di fronte a una divergenza notevole tra la dottrina cattolica e quella protestante. La dottrina cattolica considera perfettamente validi i matrimoni celebrati solo in Chiesa, davanti a un sacerdote e ad almeno due testimoni, senza «effetti civili», cioè senza coinvolgere in alcun modo l’autorità civile (in questo caso, il Comune). La dottrina protestante invece «non attribuisce rilevanza» ai matrimoni che, benché celebrati in Chiesa, restino «senza effetti civili», cioè li considera come non avvenuti.
Da dove proviene questa divergenza? Proviene dalla diversa concezione della natura del matrimonio. Cattolici e protestanti sono concordi nel considerare il matrimonio una condizione di vita voluta da Dio, iscritta fin dall’inizio nel disegno del Creatore che, creando la creatura umana, la creò «maschio e femmina» (Genesi 1, 27). La dottrina cattolica però considera il matrimonio un sacramento, sul quale la Chiesa ha competenza non solo teologica, ma anche giuridica; in quanto sacramento il matrimonio le appartiene e la Chiesa è pienamente autosufficiente nel gestirlo. Anche se i ministri del matrimonio sono i due coniugi, mentre il sacerdote ne è il testimone, una coppia di cattolici sposata solo in Comune, senza dispensa del vescovo, per la dottrina cattolica non è sposata. La dottrina protestante è diversa: pur essendo riconosciuto e vissuto come istituzione e dono di Dio, il matrimonio non è sacramento, non appartiene alla Chiesa (anche se essa lo celebra e invita i credenti a viverlo secondo la Parola di Dio), ma a ogni uomo e ogni donna, è un dono che Dio fa a tutti, come il sole e la pioggia, rientra quindi anzitutto nelle competenze della comunità civile.In uno scritto del 1530 intitolato Sulle questioni matrimoniali, Lutero afferma che il matrimonio è «una cosa esteriore, mondana, come i vestiti e il cibo, la casa e il cortile, soggetta all’autorità terrena…», pur dicendo anche, nel Grande Catechismo, che il matrimonio è «uno stato di vita divino, beato», che Dio ha benedetto «nel modo più ricco, più di ogni altro stato di vita», tanto che la condizione matrimoniale «precede e supera tutte le altre condizioni umane, si tratti di re, principi, papi, vescovi o di chiunque altro». Il matrimonio è dunque tenuto da Lutero e da tutta la Riforma in altissimo onore, esso però resta «una cosa mondana», cioè un dato della società civile. Siccome è una condizione che riguarda l’intera popolazione, tocca all’«autorità terrena», allo Stato disciplinare questa complessa materia con leggi apposite. In perfetta continuità con questi pensieri, il Documento sul matrimonio del Sinodo valdese del 1971 afferma che «il matrimonio, come fatto sociale, è soggetto alle norme dettate dalla società civile, che ne indica i caratteri giuridici».
Ecco perché la Chiesa valdese «non attribuisce rilevanza ai matrimoni senza effetti civili»: perché pensa che la legge competente a regolare il matrimonio sia quella dello dallo Stato, e un matrimonio che sia posto in essere «senza effetti civili», cioè indipendentemente dalla legge dello Stato è, letteralmente «fuori legge», cioè non esiste. Esiste, certo, come convivenza privata di due persone che decidono di vivere insieme, ma non c’è matrimonio pubblicamente costituito e registrato. Se non è o sarà registrato dallo Stato, non può essere preso in considerazione neppure dalla Chiesa.
Fatto questo discorso di carattere generale per spiegare la frase citata del Testo comune, cercherò di rispondere alle domande specifiche poste dalla nostra lettrice. Le domande sono due, anche se, a ben guardare, sono una sola, posta in due contesti diversi.
1. La prima è generale: la Chiesa valdese è disposta a benedire una «coppia di fatto» (così oggi le si chiama), cioè una libera convivenza tra due persone, che però non intendono far seguire alla celebrazione gli effetti civili? Se per «benedire» si intende una vera e propria cerimonia nuziale, la mia risposta è negativa, per la ragione appena detta: il matrimonio è fondamentalmente laico (anche se il credente lo vive nella fede, secondo la Parola di Dio), è un fatto civile, soggetto come tale alle leggi dello Stato. Celebrare un matrimonio in Chiesa all’insaputa dello Stato significa, da parte dei coniugi e del pastore che celebra, violare il patto di lealtà che ogni cittadino stabilisce con lo Stato nel momento in cui accetta di esserne parte. Se invece si intende «benedire» non nel senso di celebrare un matrimonio, ma semplicemente di chiedere a Dio in preghiera di benedire, cioè di accompagnare, fortificare nell’amore, guidare nel cammino comune, una coppia che convive, la mia risposta è positiva. Va da sé che occorrerà valutare caso per caso l’opportunità di momenti liturgici di questo genere, ma in generale è non solo possibile, ma raccomandabile pregare per un uomo e una donna che liberamente convivono, nell’amore e nella fedeltà: una simile convivenza non è in sé, a mio giudizio, né trasgressiva, né, tanto meno, scandalosa. In fondo, Adamo ed Eva non si sono sposati, si sono semplicemente uniti.Si dirà: «Non c’era nessuno che li potesse sposare». Appunto: gli artefici del matrimonio sono gli sposi, e nessun altro. Si dirà ancora: «Allora non c’era la Chiesa». Appunto: la Chiesa prega per gli sposi e, in nome di Dio, li benedice, ma non è lei che pone in essere il matrimonio, bensì gli sposi. Un altro ancora dirà: «Allora non c’era lo Stato». Appunto: non è lo Stato che pone in essere il matrimonio, bensì gli sposi. Lo Stato lo registra raccogliendo il loro consenso, e lo pubblicizza. Questa registrazione e pubblicizzazione sono però importanti e, secondo me, doverose, sia per il buon ordine della Comunità civile, sia per una migliore tutela dell’eventuale prole.
2. La seconda domanda è più specifica: la Chiesa valdese è disposta a benedire una coppia omosessuale? Un parere della Chiesa, cioè del Sinodo, a mia conoscenza, non c’è. I pareri sono quindi per ora solo personali. La questione è, come tutti sanno, altamente controversa: le Chiese sono divise. Siamo appena agli inizi di una riflessione faticosa, nella quale non è facile avanzare e neppure orientarsi. Se provo a rispondere, non è perché ci veda chiaro, ma solo per non eludere il problema. Qui veramente procedo «a tastoni» (Atti 17, 27). Benedire in Chiesa una coppia omosessuale? Anche qui bisogna intendersi sul significato di «benedire». Se significa «rendere fecondi» nel senso della capacità della coppia di procreare, mi pare che questo non si addica a una coppia omosessuale. Se invece si tratta – come ho detto al punto precedente – di chiedere a Dio in preghiera di accompagnare e guidare la coppia nell’amore fedele e nell’aiuto reciproco, questo è senza dubbio possibile e auspicabile.
Concludo. La nostra lettrice dice che, avanzando nell’età, ha abbandonato certi giovanili atteggiamento di «condanna» di quei cattolici che celebravano i cosiddetti «matrimoni di coscienza» per tanti motivi, tra i quali uno non secondario era quello di salvaguardare la pensione di reversibilità, «ingannando l’Inps». È vero che non sta a noi condannare nessuno, però possiamo e dobbiamo dissociarci da quella prassi e da quel tipo di matrimoni che, più che «di coscienza», sono «di convenienza». Vorrei dunque dire alla nostra lettrice che, condanna a parte, aveva ragione quando era giovane.
Tratto dalla rubrica "Dialoghi con Paolo Ricca" del settimanale Riforma del 25 aprile 2008

Per non dimenticare

Una storia come tante di persecuzione religiosa.

La Federazione delle Chiese Evangeliche della Liguria e del Piemonte meridionale organizza a Favale di Malvaro (GE) un incontro di popolo per ricordare la vicenda della famiglia Cereghino. Si tratta di una testimonianza evangelica che non si vuole dimenticare e viene rievocata perché serva ancora oggi come stimolo per le chiese. Ma cosa successe a questa famiglia?
Nel 1849 nella valle di Fontanabuona presso la borgata di san Vincenzo, comune di Favale, provincia di Chiavari, inizia la singolare storia della famiglia Cereghino, cantastorie girovaghi.I Cereghino erano autori delle parole e della musica che portavano in giro; Andrea, Giovanni e Stefano erano i tre più attivi di questa numerosa famiglia. Per le loro canzoni avevano bisogno di trovare nuovi argomenti per cui a un certo momento sorse in loro l’idea di ispirarsi a qualche passo della Bibbia.Stefano Cereghino, così scrisse: "Nel 1849, in Genova, Cereghino Andrea, per grazia del Signore Iddio, ebbe la santa Bibbia; la portava a Favale, la leggemmo giorno e notte, con molta attenzione. La scintilla divina penetrò nei cuori dei nostri vecchi genitori, dei loro figliuoli e nuore, e dei numerosi nipotini ed altri". Si trattava della Bibbia tradotta dal Diodati.
Quando il parroco di Favale, don Cristoforo Repetto, scoprì che nella casa del Cereghino si leggeva la Bibbia intraprese una lotta senza tregua. Nella Pasqua del 1852, il parroco pretese di non concedere la comunione ai Cereghino, cantori della parrocchia, se prima non avessero consegnato e bruciato la Bibbia. Nello stesso periodo, il parroco si rifiutò di benedire il matrimonio di un Cereghino con una giovane di un paese vicino perché in casa dello sposo si leggeva la Bibbia. Stefano Cereghino, durante uno dei suoi viaggi, si ritrovò a Torre Pellice e durante il culto rimase colpito dalla semplicità e dall'autenticità di quel clima evangelico. Gli fu spiegato che si trattava di una Chiesa evangelica valdese, quindi espresse il desiderio di incontrarsi con il pastore. "Ebbi - dirà poi – un’indimenticabile lezione evangelica".
Avvenuta la rottura definitiva con la Chiesa Cattolica, Stefano Cereghino scrive alla Tavola Valdese per avere indicazioni circa il modo di dare vita a una Chiesa cristiana valdese a Favale. Il 12 novembre 1852 riceve la visita del pastore Geymonat. La cosa indispettisce il parroco che, spalleggiato dal sindaco formula regolare denuncia alle autorità competenti per il reato previsto dal codice penale. I Cereghino sono così accusati di cospirare contro la religione di Stato, cioè contro la Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Alla denuncia fa seguito la dura prigionia nel carcere di Chiavari. Agostino fu rinchiuso nella parte più alta, dove faceva più freddo, Andrea nella parte più bassa, dove mancavano lucernaio e ventilazione.
La notizia arrivò alla Camera dei Deputati, dove suscitò il disappunto dei deputati Lorenzo Valerio e del Brofferio, che prendendo la parola dirà: "mentre ho l’onore di parlarvi, oh signori, si istruisce un altro processo di questo genere per alcuni infelici che in Favale tennero discorsi, per quanto si dice, contrari alla religione. Questi sono i fratelli Cereghino, da molti mesi detenuti nel carcere di Chiavari ed appunto quest’oggi viene la dolorosa notizia di un nuovo arresto ... di una giovinetta di non ancora sedici anni per discorsi provocati dalla lettura della Bibbia. Le quali notizie mi fanno chiedere se noi siamo veramente in Piemonte nel 1853 o se, per avventura, non viviamo sotto il Santo Ufficio di Roma nella notte del Medioevo" (Atti del Parlamento Subalpino).
Anni più tardi, ritroveremo a Favale Stefano Cereghino che, dopo i suoi studi per il duplice ministero di evangelista e insegnante a Torre Pellice, fonda con la moglie Caterina Malan, una scuola evangelica a Favale, diurna per i piccoli e serale per gli adulti. Più tardi sorgeranno il cimitero evangelico, ancora oggi esistente, la cappella evangelica e la casa pastorale. L'opera evangelistica di Stefano continuerà fino alla morte. La presenza evangelica a Favale scompare intorno al 1920, quando gli ultimi evangelici emigrano nel nord America.
Nella Chiesa Cattolica del paese è ancora oggi presente una lapide, che ricorda polemicamente la "intrusa valdese eresia".

tratto da www.chiesavaldese.org

mercoledì 16 aprile 2008

Riflettendo sulla sconfitta della sinistra arcobaleno

Posto un commento sulla sconfitta della SA, dopo mesi di vuoto. Una riflessione sofferta, che affonda le sue radici in considerazioni già svolte in questo blog. Il post è seguito da un altro del maggio 2007 nel quale - scusate l'immodestia - credo di aver annusato l'aria che tira....

Calcisticamente, una sconfitta per 1 o 2 a 0 legittima alcuni alibi: l'arbitraggio, la stanchezza per un precedente impegno, le assenze di elementi chiave ecc. Una sconfitta per 8 a 0 non ammette attenuanti di sorta. Tale è la proporzione dello smacco patito da SA. Alcuni fatti sono veri: 1) l'Italia ha una tradizione dal 1948 al 1990 di marca chiaramente bipolare, in virtù della quale due partiti (DC e PCI) assommavano l'80% circa dell'elettorato. Le vecchie abitudini sono dure a morire e l'argomento del "voto utile" ha avuto una sua efficacia; 2) gli elettori hanno percepito SA come un freddo matrimonio d'interesse tra parti politiche assemblatesi per non scomparire; 3) la percezione di una gestione deludente del governo Prodi ha tenuto parte dell'elettorato lontano dalle urne; 4) analogo effetto potrebbe aver avuta l'assenza di falce e martello nel simbolo. Fatte queste opportune premesse, a mio sommesso avviso la sconfitta della SA ha radici ben più profonde di questi eventi contingenti.RC, PdCI e Verdi nonostante l'importanza e la valenza dei temi sostenuti, sono apparsi molto "periferici" rispetto ai temi che gli elettori hanno in agenda. Fiscalità, sicurezza, legalità, federalismo, confronto con l'immigrazione, efficienza della Pubblica Amministrazione sono stati percepiti come temi marginali nel programma di SA. Seppure è vero che su questi temi il PDL ha impostato la sua campagna elettorale, non è vero che non esistano risposte "di sinistra" a quelle che sono sentite come priorità dagli elettori. Il PCI su questi temi aveva idee ben chiare: ma RC e PdCI non sembrano essersi poste su questo binario. I due soggetti politici che si richiamano al comunismo sembrano aver irreversibilmente imboccato la strada di una tradizione della sinistra italiana gloriosa ma minoritaria: quella che dal PSIUP discende sino al PDUP ed a DP. Una tradizione che, in sostanza, non ha mai pesato più delle percentuali conseguite da SA alla Camera ed al Senato. Una tradizione che spesso cade nei manierismi e negli stereotipi di fronte a problemi del vivere quotidiano. Ad esempio: se in una periferia operaia esiste un problema di convivenza con i rom, non credo sia elettoralmente pagante appellarsi ai sacrosanti valori della tolleranza e dell'accoglienza. Occorrerrebbe, semmai, farsi promotori di azioni positive di sostegno per dare dignità ai nomadi, non omettendo di reprimere condotte antisociali, applicando misure preventive e repressive quali espulsioni ecc.Altro esempio: il problema dell'efficienza burocratica. Siamo tutti favorevoli a "meno mercato più stato" (o, al limite, più terzo settore). Posta questa premessa, occorre che la sinistra si faccia strenua promotrice di politiche di efficienza e riqualificazione del settore pubblico, non disdegnando di licenziare in tronco chi scalda la sedia, che esiste, e non è una mitologia partorita dal Prof. Ichino. Si tratta di esempi, ma testimoniano una distanza (vera o percepita che sia) tra programmi ed elettorato.Adesso leggo e sento parlare di un bivio: tra costituente comunista e prosieguo dell'esperienza di SA. Due progetti nobili e degni, ma quali saranno i contenuti? Un radicalismo scollato dalla società e dal territorio oppure un partito ramificato che mutatis mutandis assomigli al vecchio PCI? Abbiamo bisogno di un soggetto che selezioni i "no" da dire: un partito che non rincorra la piazza, ma la riempia e la guidi. Un soggetto con idee chiare su ciò che è "lotta" e ciò che è "governo". Serve un partito con un'agenda che non sia chiusa a nulla: come dicevo innanzi, esiste una risposta sul tema "sicurezza" che sia di sinistra, esistono analisi e valutazioni (Gramsci docet) che spaziano a 360° e si aprono alla società e non si conchiudono in formule stereotipate.Per quanto mi riguarda, non ho preferenze per un progetto: mi interessano i contenuti. Resto alla finestra ed attendo riscontri.
i cani di pavlov
Appartengo, per meditata scelta ideale ed ideologica, all’area che è comunemente denominata sinistra radicale. Tale scelta mi è parsa quasi d’obbligo di fronte ad alcuni dati di fatto sotto gli occhi di tutti, come l’inefficienza delle ricette correnti per la lotta alla povertà interna ed internazionale, la salvaguardia dell’ambiente, la costruzione di un mondo meno litigioso e più pacificato.Tuttavia l’appartenenza non può esimermi, semmai anzi mi obbliga, dal constatare taluni aspetti singolari, spesso di una esasperante meccanicità, di azione – reazione che si riscontra in alcuni (non tutti, sia chiaro) militanti e rappresentanti. Ovvero, ad una situazione data, sovente si risponde in uno ed un solo modo, senza contemplare altre possibilità che non siano in contrasto con i postulati della propria appartenenza ideale.Un esempio eclatante: sappiamo che esiste una certa percentuale della popolazione, che chiameremo per semplicità razzisti, la quale reagisce sfavorevolmente all’ “estraneo”, sia esso proveniente dal comune limitrofo o da Venere. Con questa minoranza non c’è discussione possibile: ciò nondimeno, assimilare a questa minoranza chiunque denunci oggettivi problemi di convivenza e confronto con gli “estranei” è un autogol clamoroso che spesso la sinistra radicale segna. Le parole d’ordine in questi casi sono sempre le stesse: tolleranza, assimilazione, diritti di cittadinanza eccetera. Sacrosante, non vi è dubbio.Ma queste parole d’ordine trascurano l’altro aspetto dell’immigrazione, che è la lacerazione psico culturale che il migrante di prima generazione soffre a lasciare il suo paese. Trascurano un altro aspetto fondamentale, che è quello di arginare le future migrazioni, non per ottuso razzismo, ma per non svuotare di cultura, energie, vitalità i paesi del terzo mondo. Aprire le porte di casa senza preoccuparsi di una seria politica di reinsediamento degli immigrati o di contenimento della migrazione, attraverso progetti mirati che consentano la creazione di imprenditoria, di un tessuto socio economico produttivo nei paesi sempiternamente in via di sviluppo non è radicale: è miope.Un’altra reazione tipicizzata è quella che si innesca di fronte alle critiche al settore pubblico: chiaro che se la critica è all’esistenza della “mano pubblica” tout court non c’è dialogo che tenga.Ma, laddove l’oggetto degli attacchi sia l’inefficienza parassitaria di alcuni settori della burocrazia, inamovibilità dei titolari di impieghi dalle loro posizioni, l’irragionevolezza di alcuni privilegi, allora il radicalismo – a mio sommesso avviso – dovrebbe imporre un durissimo attacco ‘da sinistra’ a determinate situazioni. Richiamarsi agli inalienabili diritti dei lavoratori non ha molta presa su strati operai e, perché no, intellettuali, che magari sotto diversi i profili della profusione del lavoro manuale o di quello intellettuale la sera tornano a casa prostrati dalla fatica. Perciò i dipendenti pubblici, oltre a meritare le tutele da accordare a tutti i lavoratori, dovrebbero rammentare un po’ più spesso di essere al servizio dei cittadini e non viceversa e regolarsi di conseguenza. In mancanza, una politica che sia realmente di sinistra radicale impone l’applicazione di gravi sanzioni, ivi compreso il licenziamento, oltre a legittimare lo scardinamento di varie roccaforti di inerzia parassitaria, ancora esistenti.Un altro tema che fa salivare al suono del campanello la sinistra radicale nostrana è quello del contrasto alla criminalità organizzata. Agire sul versante della prevenzione, sradicando la mala pianta della mafia attraverso la creazione di un tessuto economico efficiente che inglobi i soggetti che costituiscono la manovalanza delle associazioni criminali non è giusto: è sacrosanto. Ma, a questo imprescindibile momento, andrebbe aggiunta – a mio parere – una valorizzazione della repressione. Quando parliamo di manovalanza criminale non dobbiamo avere sotto gli occhi solo ceti sottoproletarizzati, privi di ogni opportunità di sopravvivenza che non sia la mafia, in fervida attesa di opportunità di redenzione. Dobbiamo anche immaginare un vasto strato di popolazione portatore di una sottocultura anti statalista, imperniata di familismo amorale e logiche di clan. A queste persone va spiegato, attraverso l’apparato repressivo, che il nostro clan (lo stato) è più forte e più duro del loro e contro di esso non vi è nulla da fare. Quando lo avranno capito, saranno pronti ad essere riassorbiti dal tessuto economico eccetera eccetera ed essere cittadini produttivi.Gli esempi di salivazione pavloviana della sinistra radicale potrebbero continuare, ma mi fermo qui. Basta comunque sapere che i cani di pavlov non sono mai stati un esempio di intelligenza, semmai l’opposto.Soprattutto, sbavando al suono di campanelli si perdono consensi e aderenza alla realtà.Per vincere non occorre farsi uguali agli altri, per carità. Ma per perdere radicamento sociale è sufficiente lasciare che alcuni temi scottanti facciano parte dell’agenda degli avversari e non della propria e non elaborare sugli stessi alcuna soluzione alternativa a quella proposta dall’antagonista.

martedì 25 dicembre 2007

Il mio Sms di Natale

"Ti auguro un natale con più gioia nel cuore che sulla tavola e più meraviglia per la nascita di Gesù che per i doni sotto l'albero".

A tutti i visitatori del ghiaghia1poliblog augurissimi di buon natale. Aspetto i vostri Sms nei commenti :)

Parole di saggezza

Una riflessione acuta sul socialismo reale ed una molto più banale.

"Quanto è stato impugnato nella Russia sovietica - sia pure con mani sporche e sanguinose - e in un modo che certamente ci disgusta, è però un'idea costruttiva, la ricerca della soluzione di una questione che anche per noi è seria e scottante e che noi, colle nostre mani più pulite non abbiamo ancora saputo impugnare abbastanza energicamente: la questione sociale".
(Karl Barth, febbraio 1949, Conferenza a Berna)
su Karl Barth vedi ad esempio http://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Barth
"Comunismo e fascismo hanno lasciato molte sofferenze e macerie laddove hanno governato. Tuttavia in nome del primo milioni di uomini hanno combattuto grandi battaglie per la liberazione dalla schiavitù e per i diritti sociali, che costituiscono un monumento immortale. Il fascismo non ha prodotto nulla di tutto ciò, anche fuori dai confini delle nazioni nelle quali si è imposto con la violenza".
(ghiaghia1, svariate discussioni in chat)

domenica 9 dicembre 2007

Spe salvi: la valutazione di una teologa cattolica e di un teologo protestante.


Una speranza per tutti
di A. M.

Quando esce un’enciclica ognuno di noi nel suo immaginario vorrebbe essere al posto del Papa che l’ha scritta, si interroga su come l’avrebbe impostata, cerca le questioni che rimangono aperte, esprime le sue perplessità e le sue soddisfazioni. Inoltre, ad ogni enciclica, il tema può risultare più o meno simpatico, può trovare approvazione o meno e creare aspettative differenti.
Un’enciclica sulla speranza, parola e status chiave della vita umana, pone sicuramente ogni uomo in ascolto.
Non voglio entrare in merito alla fondatezza dell’enciclica. La prendo come spunto per portare avanti alcune riflessioni sulla speranza e domande che mi si aprono nello sfogliare le pagine. Non voglio che queste righe siano prese come critica o presa di posizione, ma come parole e domande che aprono questioni, interrogativi e che si mettono in ascolto di questo tempo.

La prima domanda è se serviva un’enciclica su quella che è una virtù teologale, ma anche uno stato dell’animo dell’uomo di ogni tempo.
Il Papa parla della speranza come virtù tipicamente cristiana. In effetti nel Nuovo Testamento e negli scritti dei Padri sono numerosi i riferimenti alla speranza.
Però il Papa non rievoca il fatto che la speranza accompagna l’uomo da sempre ed appartanente ad ogni tempo. Penso alla Spes romana ultima dea o alle figure della speranza evocate da Ernst Bloch il Il Principio Speranza, interamente dedicato al tema della speranza e alle sue forme di vissuto. Ernst Bloch associa tutte queste figure alla dimensione religiosa. Forse non va dimenticato questo vivere la speranza tipicamente umano.

La speranza è per tutti. Forse cambia la dimensione della speranza. In chi speriamo? Perché speriamo? Tipico del cristiano è il non sperare invano, è sapere che non è dell’uomo l’ultima parola e nel riporre la propria dimensione di attesa nel Dio di Gesù Cristo che ha vinto la morte.
Ma perché il Papa non ha riportato la dimensione della speranza a quella dimensione del vivere, sentire, stare sulla terra tipicamente umana?
Scorrendo l’Enciclica la speranza è definita come una certezza. Ritornano in me le parole della Lettera agli Ebrei, tra l’altro rievocate dal Papa: “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”. La speranza implica un non vedere, un non avere sicurezze, ma il fondare la propria aspettativa proprio in quello che non si vede, non si riconosce. La speranza, come la fede, è compagna del faticare umano, del sentirsi sospesi. Perché parlare di certezza in un’epoca in cui nemmeno la scienza è motivo di certezze dimostrabili?
La speranza apre, ma oltre le certezze, le sicurezze del vivere.
Penso al cammino degli Ebrei per quarant’anni nel deserto verso una Terra Promessa. La speranza è il luogo delle promesse, dei desideri non storicamente realizzati, della Terra Promessa.
E immagine storica prima della speranza è la Risurrezione di Gesù Cristo.

Leggo la digressione del Papa sulla verità dei filsofi: “Il Vangelo porta la verità che i filosofi peregrinanti avevano cercato invano...”. Mi credo e mi piace pensare, da filosofa cristiana, che la Verità del Vangelo è ben altra rispetto alla verità filosofica. Forse si integrano, si incontrano, ma la verità di Cristo va oltre ogni verità filosofica. La Verità di Cristo è verità che parla del Padre all’uomo di sempre.
Così anche mi chiedo se davvero la scienza abbia mai pensato realmente di redimere l’uomo, forse, in un tempo di certezze, ha creduto di semplificare la vita all’uomo, di portare ausili, ma non redenzione, tanto meno lo crede in questo periodo in cui l’uomo si scopre sempre più fragile.
La scienza non dà risposte al cuore dell’uomo.

Non ho mai amato l’illuminismo, tanto meno il relativismo che non prende posizione, ma mi domando, leggendo la Spe Salvi, perché scagliarsi contro… e perché scagliarsi contro il marxismo, ideologia di un tempo passato. Forse ora, in questo tempo, sono altri i ‘fondamentalismi’ e gli ‘integralismi’ che abitano l’uomo…

Poi penso a tutti quei luoghi dove la speranza non passa, perché manca la parola di speranza. Che risposte dà l’enciclica a questi spazi? Spesso la mancanza di speranza non dà la forza di pregare e tanto meno di tollerare dolore e sofferenza, vista di un oltre. Penso a tutti quegli spazi di vita, antri chiusi, dove la speranza non arriva perchè noi cristiani non sappiamo metterci parola, abbiamo paura ad accedervi... e questo è il mio primo tarlo.

Dio, alla fine, passa e passa comunque in ogni territorio! Forse questo dovrebbe essere il primo messaggio di un’enciclica sulla speranza alla fine del 2007.

Un'enciclica distante dalla modernita'
di Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia

Anche la seconda enciclica di papa Benedetto XVI è una riflessione teologica, ricca di richiami non formali alle Scritture, su un aspetto centrale della fede cristiana. Questo è un bel segno, in un tempo in cui la presenza delle gerarchie cattoliche, in Italia come nel mondo, appare sempre più legata a questioni morali, con interventi tesi ad influenzare le decisioni in materia di etica pubblica, a tutelare condizioni privilegiarie, a controbattere le voci che, nella chiesa romana, intendono il Concilio Vaticano II come l’avvio di un processo di rinnovamento.
Fa bene il papa a rispiegare l’essenziale del messaggio evangelico; il ritorno alle fonti, cioè un rinnovato ascolto della testimonianza delle Scritture è l’unica cosa che può impedire alla chiesa di scambiare qualcos’altro (mondano o religioso che sia) per la speranza di Cristo. Così questa enciclica non manca di affermazioni che si possono condividere e fare proprie, come richiamo alla Parola di Dio, convinti come siamo che il compito ecumenico più urgente sia tornare insieme a scuola di cristianesimo, mettendoci a nudo davanti a Dio e alla sua Parola.
E tuttavia non posso tacere alcuni interrogativi e critiche di fondo. Non mi riferisco a punti di ovvia divergenza dottrinale: ai n. 47 e 48 il papa ripropone, certo in maniera moderata, la dottrina del purgatorio e la pratica del suffragio per i defunti, che a nostro avviso non hanno alcun fondamento biblico e quindi neppure alcuna legittimità teologica. Qui le chiese protestanti non possono che ripetere con Lutero: "Il purgatorio è contro l’articolo fondamentale, secondo cui solo Cristo, e non alcuna opera umana, può aiutare le anime" (WA 40, 205). Ai nn. 49 e 50 il papa chiude la sua enciclica con una preghiera a Maria, "stella del mare", alla quale ovviamente non possiamo associare la nostra richiesta di guida sul cammino della speranza, cosa che avremmo fatto toto corde se essa fosse stata indirizzata a chi solo può accoglierla, cioè a Dio in Cristo.
Mi riferisco invece ad alcuni temi sui quali sarebbe necessaria una testimonianza ecumenica che sia al tempo stesso un "render ragione della speranza che è in noi" e un responsabile fare i conti con ciò che di questa speranza abbiamo fatto nella storia.E qui c’è il primo problema. Come di consueto, per il papa le cose sono andate bene da Gesù (addirittura dalla cacciata dal paradiso terrestre, n. 17) fino ai tempi moderni. In essi, la fede è stata ridotta a fatto privato ed è così divenuta "in qualche modo irrilevante per il mondo"; Lutero ha ridotto la speranza da "sostanza" ad "atteggiamento interiore"; Bacone ha diffuso la fede in un regno dell’uomo basato sulla scienza, che però non può redimere, e di lì si è sviluppato il mito del progresso; Kant ha opposto la "fede razionale" alla "fede ecclesiastica"; Marx ha voluto sviluppare una politica "pensata scientificamente", tesa al "cambiamento di tutte le cose", ma "in modo unilaterale" e, soprattutto, "materialistico". Anziché liquidare tutto questo travaglio moderno con la frase "è necessaria un’autocritica dell’età moderna", il teologo cristiano dovrebbe chiedersi se le correnti di pensiero appena menzionate non abbiano contribuito a mettere in luce l’infedeltà della cristianità trionfante, che ha pensato più al potere (in primo luogo spirituale ed ideologico) della chiesa e degli ecclesiastici che a diffondere la speranza e alimentare la formazione di coscienze liberate; che si è poco occupata di giustizia nel mondo, come invece esige la Scrittura, Antico e Nuovo Testamento; che ha tacitato l’esigenza legittima di un "mondo migliore" in nome di un al di là; che ha combattuto la scienza che invece, biblicamente, può essere vista come vocazione che Dio rivolge all’umanità creata "a sua immagine" ed incaricata del dominium terrae.
Il papa parla, vero, anche di una autocritica "del cristianesimo" (n. 22), ma si tratta di quello "moderno"! Cioè, di quel cristianesimo che ha ripensato se stesso prendendo sul serio gli interrogativi di cui sopra. Questo cristianesimo, che nella chiesa del papa vuol dire una certa teologia "conciliare", deve fare autocritica. Chi ha alle spalle il secolo XX, e non ha né rimosso né idealizza il regime di cristianità, le "auto-critiche" richieste ad altri da chi sta in alto non possono che apparire sospette. Al n. 37 il papa ricorda la speranza incrollabile del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Tin (+ 1857), "prigioniero per il nome di Cristo" e ci propone una autentica testimonianza. L’Europa, però, è imbevuta del sangue di martiri, per lo più cristiani, morti non per Bacone o Kant o Marx, né torturati ed uccisi da adepti delle idee moderne di un regno di dio secolarizzato sulla terra, ma vittime di una cristianità vincente nella sua pretesa di organizzare il mondo con la Verità che essa detiene. La sfida della speranza implica che si rilegga noi per primi, senza sconti, la nostra storia alla luce del giudizio di Dio. Il problema, invece, sembra essere solo che i moderni non credono più al giudizio universale. Che cosa ha fatto di disperante lo stalinismo che non si fosse già visto nell’Europa cristiana, in nome del crocifisso però?
Inoltre non credo proprio che la tentazione più diffusa oggi tra i cristiani e tra gli uomini e le donne del nostro tempo, siano i miti del progresso e l’illusione di un regno di Dio qui ed ora. Vedo piuttosto scoraggiamento, confusione, solitudine, rassegnazione, dubbi, evasione, assenza di prospettive, stanchezza. Qual è la parola che noi riceviamo dall’Evangelo in questa situazione? Questa mi sembra la domanda che attanaglia il testimone cristiano. Per non parlare poi del fatto che la protesta contro l’infeudamento del moderno cristianesimo ai miti del progresso è già risuonata forte e chiara a partire dagli anni ’20 del secolo scorso, ad opera di uno sparuto gruppo di cristiani protestanti (Karl Barth), nell’indifferenza della loro chiesa asservita al nazionalsocialismo e mentre il papa di Roma firmava concordati con Mussolini e Hitler. Eppure per Benedetto XVI il vero problema è la modernità.
L’obiettivo polemico (la modernità e il cristianesimo moderno) ha guidato Benedetto XVI in tutta l’enciclica, e così non appaiono valorizzati testi e contesti biblici che avrebbero dato un’altra impronta al discorso e avrebbero permesso di accogliere serenamente gli interrogativi che attraversano la coscienza attuale, anche cristiana. Secondo il papa, "l’ateismo moderno è … un moralismo: una protesta contro le ingiustizie del mondo e della storia universale" (n. 42). Ma la protesta, coram Deo!, contro l’ingiustizia è una dimensione fondamentale nelle Scritture, da Giobbe all’Apocalisse, passando per molti salmi e profeti. Se Gesù riprende in croce il grido di Israele ("Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato", Salmo 22), il discorso cristiano sulla sofferenza non può risolversi nell’invito a trovare un senso anche in essa. Se nel Nuovo Testamento i discorsi sul Regno di Dio e sul "frattempo" tra la prima venuta di Cristo e il suo ritorno sono, come sono, articolati e per certi versi contraddittori, ciò andrebbe messo alla base di una riflessione sulla speranza, mostrando che la speranza è una scoperta nelle contraddizioni.
Infine una parola su Lutero. In una bella formulazione, al n. 2, il papa afferma: "il messaggio cristiano non era solo «informativo», ma «performativo». Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita." Non siamo lontani dalla scoperta di Lutero: l’Evangelo come parola di Dio che promette, dona, salva. La Riforma, dal XVI secolo, in fondo, non ha voluto dire altro che questo: la Parola è "efficace", dona realmente la realtà che annuncia. Poche pagine dopo, però, Lutero viene liquidato come qualcuno che avrebbe ridotto la speranza ad atteggiamento interiore anziché riconoscerla come "realtà presente in noi". Peccato, un’(altra) occasione mancata per ascoltare oggi chi si è respinto allora, per non prenderlo sul serio come testimone cristiano e farne solo uno dei primi "moderni", che oggi devono fare autocritica.
Tratto da NEV - Notizie evangeliche del 5 dicembre 2007

giovedì 29 novembre 2007

La notorietà del male

La citatissima frase di Andy Warhol (in futuro ognuno sarà famoso per quindici minuti) forse non profetizzava per quale via si sarebbe divenuti famosi in un futuro che oggi è il presente.
Non era sufficiente la notorietà che i reality show donano ad alcune braccia rubate all'agricoltura o alla manovalanza edile: adesso si diventa noti (e, per corollario, ricchi ed idolatrati) anche se si è sospettati o condannati per aver ucciso qualcuno.
E' il caso, attualmente, di Marco Ahmetovic, il giovane di etnia rom condannato a sei anni e mezzo di reclusione (attualmente scontati agli arresti domiciliari) per aver ucciso quattro giovani nelle Marche guidando ubriaco un furgone. Con l'ausilio di un promoter pubblicitario, Ahmetovic sarebbe divenuto testimonial di una presunta Linea rom di vestiti ed accessori.
Non conosco i prodotti griffati e promossi dal condannato né gli introiti che questo ha realizzato (anche se si parla di un contratto che prevede un compenso di € 300.000).
Tuttavia mi sorge spontanea una meditazione. Vivo in un contesto nel quale guidare tranquillamente è un'utopia, assediati come si è da scooteristi, i quali ti si parano dinanzi con la disinvolta impunità di chi è al sicuro all'interno di un TIR, senza valutare l'instabile fragilità delle due ruote, che dovrebbe indurre alla prudenza.
Ebbene: con un atteggiamento cauto e prudente nei confronti di questi imbecilli, ho evitato che decine di persone si facessero male, anche se lo avrebbero meritato per la loro condotta ai limiti del criminale.
Ora, se Ahmetovic è divenuto testimonial dopo aver commesso una strage al volante, qual'è il compenso per me per aver salvato (e per salvare ogni giorno) vite umane?
Attendo una risposta a stretto giro, altrimenti deporrò ogni scrupolo ed investirò chi merita di essere investito, ucciderò chi merita di essere ucciso e renderò paraplegico chi cerca ogni giorno di finire sulla sedia a rotelle. Poi narrerò il mio stress e la mia lacerazione emotiva di fronte alla protervia ed arroganza delle mie vittime e diventerò famoso. La ricchezza di certo seguirà alla fama.
Perciò attenti, voialtri: c'è un nuovo sceriffo in città che non lascerà impunite le vostre infamie a bordo dello scooter.

domenica 18 novembre 2007

Considerazioni sulla violenza ultras

Una riflessione pubblicata dopo sette giorni dalle tragiche note vicende del nostro calcio.


Che l’Italia sia un paese – nel suo intimo – profondamente fascista è risaputo, dopo le numerose contro prove che ha dato negli anni successivi all’infausto ventennio.
Se si cercava un’ennesima manifestazione di questa disposizione d’animo fascistofila, la si è avuta all’indomani della tragica morte del tifoso laziale Gabriele Sandri.
Decine e decine di facinorosi si sono presi il lusso di assaltare istituzioni, mentre il coro delle prefiche dei garantisti pelosi salmodiava che no, non si può criminalizzare un intero movimento, un’intera curva o il mondo degli ultras senza fare degli opportuni distinguo. Sbagliato? No, per carità: giusto, ma fazioso e strumentale. Giusto perché la responsabilità penale, nei sistemi giuridici civili, è individuale. Fazioso e strumentale perché è arci noto anche a chi non vuol vedere le croci celtiche o sentire i cori inneggianti a Mussolini, che il mondo ultrà (fatte salve le eccezioni del caso) conosce solo due sfumature politiche : destra ed estrema destra.
Fazioso e strumentale perché le nostre prefiche - quando i “facinorosi” sono i no global - invocano il pugno duro senza se e senza ma, senza troppi distinguo, senza discettare sulla rabbia e sul dolore che ha animato i facinorosi. Oppure come dimenticare la vergognosa criminalizzazione in blocco dei rumeni e dei rom (che non sono neppure la stessa cosa) dopo il tragico assassinio di Giovanna Reggiani? Dov’erano i garantisti in quel caso, che fine avevano fatto gli assertori dell’individualità della responsabilità penale?
Forse sarò anch’io fazioso e strumentale: eppure mi pare che ci sia più legittimazione (ma mai giustificazione) a sfasciare tutto per la rabbia che un osceno sistema di disuguaglianze e di alienazione è in grado di scatenare, piuttosto che per il diverso colore della maglia avversaria. Non posso fare a meno di pensare che chi uccide perché vive in una baraccopoli sub umana in una delle più grandi metropoli occidentali sia più giustificabile di chi assassina un poliziotto durante tafferugli tra tifoserie.
Per favore, cari (si fa per dire) fascistelli di casa nostra: lasciate stare la memoria di un povero giovane la prossima volta che avrete la voglia di far prove tecniche di marcia su Roma. Queste giustificazioni incantano i gonzi o i cripto fascisti in mala fede: a me fanno solo venir la voglia di criminalizzare in blocco e rinverdiscono voglie di campi di rieducazione che, peraltro, non m’appartengono.

martedì 30 ottobre 2007

Una denuncia dei massacri religiosi nella settimana della Riforma

Sonetto del poeta inglese John Milton scritto in occasione del massacro dei valdesi nella «primavera di sangue» del 1655

Vendica, o Dio, dei massacrati santi
l'ossa sparse per i freddi alpini chiostri,
quei che al tuo vero furon vigilanti
quando i sassi adoravan gli avi nostri.
Segna nel libro con eterni inchiostri
delle tue pecorelle uccise i pianti,
che al prisco ovil rapìan sabaudi mostri
gittando dalle rupi madri e infanti.
Valli a monti iteraro il loro affanno,
e i monti al cielo. Il sangue e il cener loro
semina, ovunque il triplice tiranno
impera, e a cento a cento di costoro
escan che, apprese le tue vie, dal danno
di Babilonia trovino ristoro.
(Traduzione di Mario Praz)
Versi originali in inglese:
On the late Massacher in Piedmont

Avenge O Lord thy slaughter'd Saints, whose bones
Lie scatter'd on the Alpine mountains cold;
E'en them, who kept thy truth so pure of old,
When all our fathers worshipped stocks and stones.
Forget not: in thy book record their groans,
Who where thy sheep, and in their ancient fold
Slain by the bloody Piedmontese, that roll'dMother
with infant down the rocks. Their moans
The vales redoubled to the hills, and they,To heaven.
Their martyred blood and ashes sow
O'er all the Italian fields, where still doth sway
The triple tyrant; that from these may growan hundred-fold, who,
having learnt thy wayEarly may fly the Babylonian woe!

venerdì 26 ottobre 2007

Perchè ha ancora senso dirsi anti fascisti

Pubblico senza sostanziali ritocchi il racconto inviatomi da un carissimo amico di un'aggressione patita da fascisti dopo la manifestazione dello scorso 20 ottobre. Ritengo che non possa essere confinata al rango di intemperanza di scalmanati, ma debba far riflettere sulla ritrovata arroganza di alcuni che - grazie alle scelte dissennate della destra "parlamentare" - sentono aria di prossime elezioni, di alleanza con il Polo e di anticamere di ministeri che li monderanno dai peccati.

Eravamo dalle 4 di mattina alla stazione di Genova Brignole, di ritorno da Roma, aspettando il treno delle 6.22 per Busalla, quando siamo entrati a prendere due panini, eravamo i soli manifestanti rimasti.
Fuori compare un gruppetto di 7 8 persone cantanti "facetta nera" e irridendo alla bandiera rossa e all'internazionale.
Erano mascherati, alcuni da ultras sampdoriani.
Ho preso la bandiera ( arrotolata) dalle mani di mio figlio e l'ho portata dentro il bar, e invitato uno dei tipi a prendere il caffè.
In tutta risposta mi hanno minacciato di riempirmi di sberle. A quel punto mio figlio si è messo in mezzo, dicendo che ero invalido e che mi avrebbero fatto molto male. Per risposta, prende una testata che gli fa entrare il piercing nella gengiva e lo scaraventa a terra, facendogli perdere i sensi.
Il gruppo gli si avventa contro, e uno minaccia di strappargli l'orecchino. Riceve una sberla mentre si alza sangunante, semi svenuto dalla capocciata. Io mi frappongo gridando che è minorenne ( non è vero..). A quel punto i fascisti se ne vanno intimando a noi di non passare più di lì, a Brignole. Una delle due più importanti stazioni di Genova.

Come commentare? Forse non ci sono parole.
Quelle che trovo le ho già scritte al mio amico. Eccole qui di seguito.

Caro E.,
con sconcerto e ribrezzo apprendo della vile aggressione fascista a Te e Tuo figlio.
Per quanto poco io possa, Ti sono vicino, come parte lesa e come genitore.
Se Tu mi autorizzi, vorrei postare la Tua testimonianza sul mio blog, depurata ovviamente di nomi. Sarebbe un piccolissimo gesto per dire che il fascismo è, purtroppo, vivo e vitale e va combattuto e non sottovalutato.
Ci prepariamo ad un avvenire in cui i fascisti "duri e puri" saranno chiamati dal Cav. nuovamente a far parte dell'area di governo.
A questa normalizzazione dobbiamo opporci con tutti i nostri mezzi, parlando anche a quel poco di popolo di destra che non vuol supinamente accettare il ritorno del fascismo, dopo l'infausto sdoganamento di AN.
Ti abbraccio di cuore

giovedì 27 settembre 2007

GHIAGHIA1 FA NOMI E COGNOMI!!!

Ho deciso: basta reticenze, farò nomi e cognomi.
Protagonisti della cronaca passata e recente catturati con i loro "veri" nomi ed una spiegazione sulla loro origine.
Un servizio pubblico offerto da ghiaghia1 ai lettori di questo blog.

Inclemente Masturbella: Ministro di (dis)Grazia e d'(in)Giustizia sostiene di essere arrivato vergine al matrimonio, celebrato alla non verde età di 28 anni. Il nome dice come il nostro eroe ha preservato la sua illibatezza.

Sergio Ricottucci: immobiliarista romano (anzi, di Zagarolo) arricchito ma rimasto cafone e di gusti ricottari (per i non napoletani letteralmente significa da sfruttatore della prostituzione, ma per traslato designa un gusto decisamente infimo, chiassoso e pacchiano).

Anna Falqui: attrice, degna moglie di Ricottucci. Perchè Falqui? Ma l'avete mai vista recitare? Le vostre viscere non hanno mai avuto un benefico sommovimento lassativo?

Silvio Berluscloni: dove è possibile trovare un leader che vuole i suoi fedeli seguaci tutti uguali a Lui stesso nei pensieri e nelle parole? Ma ad Arcore, ovvio! Dalle mise berluscloniane, al pensiero unico del leader baximo, i berluscloni riescono a far risaltare i pregi del loro idolo: infatti sono peggio di lui....

Romano Brodi: ogni leader avrebbe l'ambizione di essere caldo, familiare e rassicurante. Tale ambizione la nutre anche Brodi il quale - ingiustamente paragonato ad una saporita mortadella - in realtà ha molto più del brodino sciapo ed insapore dei disastrati ospedali italiani. Altro che mortadelle o insaccati....

Tommaso Padova Scoppia e Vincenzo Fisco: i Bibì e Bibò dell'economia italiana. Il primo esprime la crisi dell'operoso nord est, stretto tra eccessiva imposizione fiscale e mancanza di competitività. Il secondo, invece, è l'incubo di ogni italiano. Ah, dimenticavo: per Padova Scoppia Fisco è bello.....

State tranquilli: altri nomi e cognomi arriveranno. Ma attenzione: il prossimo potrebbe essere il vostro.... :D

martedì 25 settembre 2007

Lettera aperta al Presidente Napolitano

Caro Presidente,
mi rivolgo a Lei con la reverente familiarità che deriva dal sentirLa simbolo vivente della nostra unità nazionale e degli alti valori costituzionali oggi, a mio parere, troppo ed inutilmente messi in discussione.
Il motivo per cui mi rivolgo a Lei è presto detto: la presentazione (semmai ne avesse bisogno) di una persona degna di sedere tra i Senatori a vita della Repubblica.
È indubbia, a mio avviso, l’importanza che “cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario” (art. 59 della Costituzione) siano chiamati a dare la loro testimonianza di vita e di politica al Senato della Repubblica.
Ebbene, sommessamente mi permetto di formularLe un mio personale suggerimento, per quando Ella designerà un nuovo Senatore a vita.
Si tratta del pastore valdese in emeritazione Giorgio Bouchard, già Moderatore della Tavola Valdese e Presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI).
Ho avuto l’occasione di conoscere il pastore Bouchard intorno al 2000, quando questi partecipò ad un convegno indetto dall’Associazione Libera di don Luigi Ciotti.
A quell’incontro, insieme a lui, presenziarono anche Sergio Cofferati e Rossana Rossanda, due nomi storici della sinistra italiana ed europea.
Giorgio Bouchard, benché oggettivamente meno noto degli altri relatori, conquistò tutti per intelligenza, simpatia, arguzia e chiarezza: alla fine della conferenza forse qualcuno decise di approfondire le proprie conoscenze sui valdesi e su di lui.
I valdesi, come Lei ben sa, sono un piccolo popolo che ha combattuto per la sua autonomia ed indipendenza religiosa, pagando spesso prezzi altissimi, senza rinchiudersi in un ghetto dorato, ma anelando ad una piena integrazione con il Regno di Piemonte prima, quello d’Italia poi.
Benché minoranza, esprimono da sempre con coerente convinzione una fede cristiana in prima linea per l’affermazione dei valori ecumenici, della separazione tra Chiese e Stato, dei diritti dell’individuo.
Tutte le battaglie civili, a partire dalla Resistenza, sino ai nostri giorni, passando attraverso i referendum su divorzio ed aborto, hanno visto la presenza dei valdesi.
Spesso in prima linea vi era (e vi è) Giorgio Bouchard. Dapprima come Pastore, poi come Moderatore della Tavola Valdese, dipoi come Presidente della FCEI, Bouchard è sempre stato presente in quei processi di integrazione dell’Italia all’Europa della cultura protestante e non solo: basti ricordare solo i suoi contributi culturali di saggistica, la sua attiva presenza nei processi che portarono alla stipulazione delle Intese tra Chiesa valdese e Stato Italiano nel 1984, la sua instancabile attività di amministratore di opere sociali e diaconali della Chiesa Valdese.
Nel primo scorcio degli anni ’90 Giorgio Bouchard è stato Pastore della Chiesa Valdese di Napoli di via dei Cimbri: proprio a Napoli - la Sua città che Ella ha tanto dimostrato di amare - per sua espressa ammissione il Pastore Bouchard ha lasciato il cuore, contandovi tuttora tanti amici.
Per Napoli ed il Meridione Bouchard è tuttora attivo nell’associazione Libera, per la legalità e contro tutte le mafie.
Caro Presidente, non posso non caldeggiarLe, umilmente, la nomina a Senatore a vita di un cittadino che tanto lustro ha dato alla nostra Patria nella sua cinquantennale attività di predicatore, intellettuale, dirigente ed amministratore ecclesiale.
A centocinquantanove anni dalle Lettere Patenti di Carlo Alberto, con le quali veniva concessa l’emancipazione ai sudditi valdesi, a ventitre anni dalle Intese, a cinquantanove anni dall’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana, quale miglior modo per celebrare la piena integrazione nel tessuto patrio di una componente minoritaria ma così importante nella nostra storia?
Sono certo che Giorgio Bouchard al Senato potrebbe degnamente rappresentare la Nazione: Lei, Presidente, certamente ricorderà il significativo contributo di Tullio Vinay, fondatore del centro ecumenico Agape e Giusto dei Popoli, al Senato dal 1976 al 1979. Il mio personale augurio è quello che il Senatore a vita Bouchard possa ripercorrere il cammino del suo illustre predecessore.
Le auguro di espletare come ora, nel miglior modo possibile, il prosieguo del Suo mandato.
Suo affezionatissimo
ghiaghia1

martedì 11 settembre 2007

11.09.1973 - 11.09.2007 - In ricordo di Salvador Allende

So di essere in controtendenza.
Eppure, se mi chiedessero un modello di vita tra Che Guevara ed Allende, senza dubbio risponderei Allende.
Di certo perchè non sono bello e di sinistra come il Che; di certo perchè non posseggo quel coraggio convulso che mi spingerebbe ad andare in Bolivia o altrove a fomentare una rivoluzione. Tuttavia credo che, messo alle strette da un vile tradimento, anch'io reagirei come Allende, un uomo che nessuno avrebbe immaginato con un mitra in mano.
Signor Presidente, la storia e Dio puniranno i vili ed i traditori. Tu continuerai ad illuminarci con l'esempio della Tua pulizia morale e del Tuo coraggio.
Oggi riposi in pace, ma vivi nel cuore di chi ama la giustizia.

martedì 4 settembre 2007

sante, anzi laiche parole

La frase che segue è della sociologa Chiara Saraceno ed è tratta dall'articolo pubblicato su La Stampa dell'08.02.2007, alla pagina 35, intitolato "Il matrimonio non è l'unico legame". Ritengo opportuno evidenziarla in maiuscolo e con il colore ai visitatori di questo blog, perchè la condivo appieno.

PRENDO ATTO CHE CHI CRITICA IL FONDAMENTALISMO DI ALTRE RELIGIONI E LA SUA PRETESA DI REGOLARE PER VIA LEGALE LE SCELTE DI CHI NON NE CONDIVIDE I VALORI E LE NORME NON E' ALTRETTANTO ATTENTO AL PROPRIO. ED E' DISPOSTO AD INSTAURARE UNA SORTA DI STATO CONFESSIONALE NEL NOSTRO PAESE, QUANDO SI TRATTA DI QUESTIONI CHE HANNO A CHE FARE CON I RAPPORTI DI AFFETTO, SESSO, SOLIDARIETA' TRA LE PERSONE.

I volti dell'odio

Nel luglio 2006, sotto la spinta emotiva dei conflitti in atto e della reazione dell'opinione pubblica, scrivevo questo post, preceduto dell'avvertenza di cui in seguito, che senz'altro rinnovo. "Non tutto quello che leggerete qui di seguito va preso alla lettera, ma il paradosso che espongo, come tutti i paradossi, contiene un fondo di verità, credo.... Mi auguro che vi siano commenti su questo post e si apra un piccolo dibattito".


Non vi è alcun dubbio che il mostro ideologico del secolo trascorso sia stato l’antisemitismo. A tale giudizio si perviene pacificamente se si rammenta che l’antisemitismo ha generato quella manifestazione del male assoluto che si chiama lager. Oggi di antisemiti DOC, uguali negli argomenti, nei sentimenti e nell’ispirazione ideologica a quelli che furono, ce ne sono pochi. Sempre troppi, ma meno che in passato. Auschwitz non si è manifestata invano ed il pregiudizio irrazionale anti qualcosa degli esseri umani ha assunto una nuova veste. Oggi la pulsione dell’uomo all’odio del diverso, dell’altro da sè, del nemico della civiltà sta assumendo un nuovo aspetto. Un odio in sintonia con i tempi, con radici razionalizzanti, argomenti fondati in parte sulla realtà e sull’attualità, rafforzatisi dopo la tragedia immane dell’11 settembre. Per uno di quegli scherzi tragici della storia e della psicologia collettiva, se si dovesse dare un nome a quelli che, nelle condizioni ideologiche e culturali giuste sarebbero stati anti semiti, ed oggi sono anti altro, la definizione più acconcia potrebbe essere quella di pro semiti. I pro semiti non hanno pregiudizi anti ebraici: in compenso hanno tutti gli altri. Sono anti meridionali, se settentrionali (o viceversa), anti immigrati, anti gay, anti europei, ma soprattutto anti musulmani. L’unica loro passione è Israele, vista come un baluardo anti arabo e anti musulmano, novella Vienna da difendere ad ogni costo senza se e senza ma. Il pro semita non fa differenze: l’unico arabo buono è quello morto. Un bambino musulmano equivale ad un pericoloso integralista e si gioisce per la morte di entrambi o, quanto meno, si resta indifferenti per il bambino. La società araba non ha sfumature, zone grigie, aree di borghesia illuminata, ma è composta solo da Ahmadinejad ed affini. L’altra passione del pro semita sono gli USA: ma non gli USA di cui potrebbero far parte (citando a caso) Vonnegut, King, Noam Chomsky, Rifkin, Abbie Hoffman, Bob Dylan, le mamme coraggio contro la guerra in Irak. Il pro semita identifica gli USA con l’establishment di Bush e della Casa Bianca e chiunque li contesta è anti americano. Sia chiaro: Israele e l’ebraismo non c’entrano nulla con il pro semitismo. Israele e l’ebraismo esistono a prescindere da questa nuova maschera dell’odio irrazionale verso il diverso e non se ne nutrono affatto. Anzi credo che ogni ebreo che si soffermi a razionalizzare sul consenso che proviene da questi soggetti alla sua fede ed allo stato nato dal movimento sionista non possa che paventarne l’esistenza e preoccuparsi di questi “amici” interessati. Tragico volto quello del pregiudizio che rovescia se stesso, eleva l’oggetto dell’odio di padri, nonni e bisnonni ad oggetto di culto. Una maschera nuova, ma non meno pericola, di un pregiudizio pervasivo e totalizzante.

Forza Italia??

Questa riflessione, risalente al luglio 2006 e pubblicata nel mio precedente blog, assume nuova attualità dopo l'avvio della discussione sul partito unico dei moderati.
Forza Italia. Un grido di tifoso, un nome di un partito.Non mi è mai piaciuto questo nome; ne ho istintivamente diffidato sin dall'inizio. Tra l'altro ha tolto al 50% del paese il piacere di incitare in questo modo la nazionale. Il nome dice molto: individua una persona, un oggetto o un'associazione o che, ma spesso dice tanto (se non tutto) sulle qualità e sui contenuti. Ora "Forza Italia" a me dice una cosa fondamentale. Mi dice che questo gruppo di illuminati agisce esclusivamente per il bene dell'Italia e null'altro. Ma se esiste chi fa il bene del paese ed ha a cuore solo quello, allora a che servono gli altri partiti?Gli altri possono anche scomparire. Hanno una visione limitata e parziale dell'interesse italiano. Mi rendo conto di aver formulato un esempio; in questo caso si tende a drammatizzare e semplificare. Tuttavia la nota stonata si avverte nel nome di questo partito; una malcelata vocazione paternalistico - totalitaria insita nella stessa denominazione.In questo quadro allora la condotta del suo leader di delegittimazione storica e demonizzazione dell'avversario è perfettamente coerente. Ben venga, allora, un partito unico dei moderati: ma che sia "partito", quindi parte in mezzo ad altre, che non pretenda d'essere unica depositaria del bene. Allora forse cesseranno le delegittimazioni, ahimè spesso reciproche, e le vocazioni paternalistico - totalitarie lasceranno il passo ad una visione più conforme alla democrazia, che vede due progetti antagonisti per il paese, ma entrambi aventi diritto di cittadinanza.

venerdì 31 agosto 2007

Un Magic bullet ci salverà

Dopo il new deal, la nuova frontiera e la grande società l’utopia d’oggi si chiama magic bullet?


Migliorare la qualità della propria vita è un obiettivo che – consapevolmente o meno – tutti perseguiamo, sovente a caro prezzo. Si pensi solo al flusso di denaro che ruota intorno alla psicoterapia, agli ansiolitici, agli antidepressivi, a tutti i farmaci che in generale ci promettono benessere e pace interiore.
Eppure un miglioramento tangibile, effettivo, immediato e, perché no, ad un prezzo tutto sommato economico, ci viene fatto balenare tutti i giorni ed a tutte le ore dalla TV. Non mi riferisco ai programmi che trattano di salute e medicina oppure a fiction e serial che propongono modelli sovente irraggiungibili bensì, molto prosaicamente alle televendite made in USA.
Avete presente quelle bellissime televendite che hanno ad oggetto la qualunque, dall’ago al missile, doppiate in italiano con accenti entusiastici, nelle quali sono presenti spesso una coppia di tele venditori che, invece di magnificare passivamente il prodotto come Mike con il prosciutto Rovagnati® (mai che il nostro abbia consumato con fauci avide, sotto l’occhio delle telecamere, un bell’amposto di formaggio e gran biscotto…..), con le loro mani esperte utilizzano l'oggetto di cui propongono la vendita, dimostrandone i benefici effetti sulla nostra vita?
Coltelli, frullatori, guaine snellenti, leva peli magiche, spazzoloni, taglia verdure, articoli per make up, attrezzi speciali in grado di aiutarti nell’edificazione o nella pulizia della casa dei tuoi sogni: nessuna categoria merceologica sfugge agli imbonitori a stelle e strisce.
Al di là di ogni discorso sull’utilità o meno degli articoli proposti, queste televendite meritano un plauso incondizionato: hanno l’indiscutibile capacità di trasmettere al pubblico quel senso di inadeguatezza che deriva dal mancato possesso dell’oggetto e l’abilità a far sentire tangibilmente ed immediatamente i benefici che la nostra vita ne avrebbe acquistando l’articolo tele promosso.
Quelli che possono sembrare banalotti trucchi da imbonitore in realtà nascondono uno studio di psicologia popolare (popolare sin che si vuole, ma psicologia…) assai acuto. Se il marketing appare così avanzato per oggetti di pochi soldi (al massimo 50 o 100 €), possiamo ben immaginare quali poderose menti si celino dietro campagne pubblicitarie di grossi brand o di candidati alla Casa Bianca.
Sia detto senza alcun dileggio neppure sottinteso, l’oggetto di turno – grazie ai venditori – riesce a trasmettere quell’ottimismo nell’avanzamento dell’umanità grazie al progresso che è sempre stato uno degli ingredienti dell’american dream che, dopo i durissimi risvegli del delitto Kennedy, degli omicidi razzisti di Martin Luther King e Malcom X, del Vietnam e del Watergate, trova il suo estremo baluardo nelle televendite.
Si capisce, pertanto, come Homer Simpson sia dileggiato da Matt Groenig per la sua voglia compulsiva di comprare gli oggetti più assurdi ed inutili, purché pubblicizzati in Tv oppure come il protagonista del telefilm americano Quell’uragano di papà sia un tele venditore, l’uomo attrezzo, visto nella sua quotidianità lavorativa e familiare.
Il discorso potrebbe continuare ed essere approfondito, ma ora debbo scappare: vado a fare zapping, sperando di riuscire a comprare il leggendario Magic Bullet®, frullatore magico con lo speciale bicchiere a forma di proiettile.